lunedì 30 gennaio 2012

La mia conchiglia sulla spiaggia di Nina

Se avete letto il mio post http://dissonanzeassonnate.blogspot.com/2012/01/la-spiaggia-di-nina.html saprete quanto bene mi ha fatto conoscere questa donna!
Oggi mi ha fatto l'onore di pubblicare la mia conchiglia sgangherata e, con la sua cartonina e la sua presentazione, l'ha resa migliore di quella che è in realtà.
potete leggerla cliccando qui http://ninacerca.blogspot.com/2012/01/la-conchiglia-di-adelia.html#more
oppure qui di seguito, ma vi perdete i commenti delle altre amiche.
A voi la scelta.

LA CONCHIGLIA DI ADELIA (commento di Nina)
Non ho molto da aggiungere alla conchiglia di oggi, alla sua intensità, se non che l'ho sentita fin nelle viscere, me ne sono innamorata subito e leggendola capirete il perché.
E' una conchiglia nuda, spogliata di ogni ornamento, diretta e spietata come un pugno nello stomaco, lucida e cruda come solo la verità sa e può essere. Non ha mezze misure: arriva dritta al cuore.
Troppo spesso ci viene chiesto o ci imponiamo di misurare, contenere, rendere accettabile e gestibile il nostro dolore, per gli altri, ma uno sfogo è tale quando ci concediamo la totale libertà di far uscire, buttar fuori, tutto quello che ci appesantisce e ci impedisce di vivere.
Dire le cose come stanno, esattamente come le abbiamo sentite, ci consente poi di liberarcene, di andare avanti con una consapevolezza in più.
Per questo amo questa conchiglia, perché si prende la libertà di chiamare le cose col loro nome, senza giri inutili di parole. Perché si concede il diritto che le spetta: quello di legittimare la propria sofferenza. E in questo ci insegna una grande verità: l'entità di un problema non è universale, il suo peso dipenderà da chi lo vive e lo sperimenta.
Il dolore è un'esperienza soggettiva e in quanto tale va rispettato.
Come spesso accade quando provo cose forti, la conchiglia di Adelia mi ha riportato a galla una canzone di un cantautore che amo particolarmente per la sua capacità di essere sincero e trasparente fino all'indecenza, di trasferire le emozioni in parole. Vi lascio di seguito il testo come introduzione e il video, se avrete voglia di ascoltarla.

SUGGESTIONABILI

Io so la mia verità e voglio usare il cranio come un archibugio per sparare la mia verità,
che non è inchiostro nero ma sangue che grandina gioia.
La mia verità è come una finestra nel vuoto inchiodata ai suoi cardini.
La mia verità - linea di protezione e coerenza ai deserti che cambiano.
Ma sono suggestionabile sono troppo suggestionabile.
Siamo troppo suggestionabili, infantili ed interpretabili, siamo troppo suggestionabili.
Ci muoviamo ma siamo immobili, siamo troppo suggestionabili
Io so la mia verità, sono passato in mezzo agli inferni alle mie pazzie, ma è la mia verità
e spero possa esploderti in faccia spaccarti la testa.
La mia verità è nell’ostinazione a cercarmi, a ferirmi, a capirmi.
La mia verità è rinnegare i padri e le madri e le bocche e gli stomaci.
Io so la mia verità e voglio andare in fondo a tutto quello che so,
Io voglio assaporare ogni secondo che avrò.
Io sono un uomo.
Io sono insicuro.
Io sono il padre, la madre e il figlio.
Io sono il vertice.
Io sono l’assoluto.
Io sono il genio.
Io sono il mio assassino.
Io sono l’ultima cosa che mi rimane.
Sono l’ultima cosa che ho.
Sarò la prima cosa che avrò
Se sono l’ultima cosa che mi rimane.
Sarò la prima cosa che mi rimane.
 Illustrazione di Francesca Ballarini


LA CONCHIGLIA DI ADELIA
Riflessioni di una donna imperfetta

Ancora adesso, mentre scrivo, sono indecisa se farlo. Ci sono emozioni così forti da dover essere protette, ed il pudore è un ottimo alleato per chi teme sempre di andare oltre la soglia della sopportazione altrui.
A volte, però, la necessità di raccontarsi e di condividere supera qualsiasi remora , esplode dentro e devasta se non si apre la bocca, se non si concede ai pensieri di trasformarsi in parole.
Ci si deve lasciar morire per rinascere, come fa il bruco per diventare farfalla.
Sarebbe giusto ( ed è per quello che non va così ) nascere con un “bollino”, un segno particolare che ci avvisi che siamo diversi dagli altri, siamo quelli “che noi no”, che abbiamo qualche diritto in meno, che a noi non è concesso. E sarebbe anche opportuno avere un qualche documento che ci consenta di cambiare, di andare a revisione, un po’ come quando si acquista qualcosa ed è coperto da una garanzia, se il pezzo è difettoso viene sostituito con tanto di scuse. Ecco: dovremmo nascere anche noi con una garanzia “soddisfatti o rimborsati”!
E invece no, sarebbe troppo facile, troppo comodo, troppo giusto. Non voglio entrare in polemica né offendere il sentimento religioso di nessuno però.. insomma.. posso essere un tantino indispettita? Mi posso concedere un momento di sano vittimismo senza pensare che nel mondo c’è chi sta peggio di me, che ci sono cose più serie nella vita, tragedie più grandi, dolori più forti? Posso essere autorizzata, di tanto in tanto, a pensare che, per contro, c’è tanta gente che sta meglio di me, che ha una vita facile, che ottiene tutto quello che desidera e che il massimo del dolore che ha provato è quello di essersi spezzata un’unghia durante una seduta di pilates o che la delusione più forte sia stata quella di aver sbagliato la tinta dei capelli?

Dimenticavo….mi chiamo Adelia. Avevo scritto un’altra conchiglia prima di questa: raccontavo un po’ della mia vita ed avevo scritto anche un bestiario delle frasi che, nel corso del tempo, quelle come me si sentono dire da tutti quelli che, per motivi medici o sociali, sono messi di fronte al fatto che non riesco a diventare madre.
Avevo raccontato della mia gioventù, dell’impegno politico, delle mie profonde convinzioni sul come sarebbe giusto vivere in questo mondo e delle piccole lotte che ho combattuto per difendere le mie idee.
Avevo raccontato del mio amore travolgente per l’uomo che ho sposato, della fortuna che ho avuto nel trovare la mia mezza mela dall’altra parte del Mediterraneo, in Egitto. Avevo raccontato dei miei attuali 43 anni e del mio senso di inutilità perché ogni volta che sono rimasta incinta purtroppo ho perso il bambino.
Avevo raccontato del grandissimo coraggio che ogni volta mio marito è stato capace di infondermi e della caparbietà che ci mettiamo nel non arrenderci. Nina, se vorrà, potrà comunque pubblicare anche la mia “vecchia” conchiglia, magari in coda a questa. Sta di fatto che, ostinata come sono nella ricerca di un figlio, un giorno le ho scritto una email che più o meno diceva così: “ciao Nina non vorrei sembrarti inopportuna ma vorrei cambiare la mia conchiglia perché ho una novità.. sono di nuovo incinta! So che questo potrebbe ferire i sentimenti delle amiche che ci leggono ma tu che conosci la mia storia, se puoi, sii felice per me”. Nina mi rispose immediatamente e, accogliente come solo lei sa essere, mi scrisse: “Ma certo! Sarei stata felice comunque!”
Stavolta c’avevo creduto davvero, mi ero veramente illusa che non sarebbe andata come le altre volte. Perché poi sarebbe dovuta andare diversamente non saprei spiegare.
Sono talmente testarda che spesso mi convinco dell’impossibile. Per otto settimane mi sono cullata nel mio nuovo sogno, per otto settimane ho fatto la brava, ho smesso di fumare, ho preso le vitamine, ho pure sopportato stoicamente il mal di denti ( che non manca mai quando resto incinta.. pare fatto apposta!), ho dormito pancia sopra, ho smesso di scalmanarmi assieme al mio cagnone. Poi le beta, le visite mediche prenotate, il mio segreto da custodire agli occhi delle colleghe per evitare – nella quasi impossibile e remotissima possibilità che qualcosa andasse storto – scene di cordoglio e compassione. Poi una strana inquietudine, non volevo aspettare l’eco fissata alla 12esima settimana, sentivo il mio bambino, sapevo esattamente dov’era: sempre a dx, chissà perché.
Non stavo male, non avevo perdite, ero solo agitata.
Sono andata al pronto soccorso, l’unico privilegio che mi viene dall’essere una poliabortiva è quello di ottenere ecografie come e quando voglio non appena ho le beta positive. Il mio piccolo era lì, sul lato dx proprio come lo sentivo. Ben sviluppato fino all’ottava settimana. Senza battito da 5 giorni.

È difficile spiegare come ci si sente nel sapere che da cinque giorni sei una bara che cammina, una bara che per giunta ha le nausee ed i tubercoli di Montgomery sui capezzoli.
A malapena si sentono le voci attorno, la bara piange, il marito della bara la abbraccia e piange con lei, la dottoressa fa una faccia contrita e le chiede se vuole un bicchiere d’acqua. Ma le bare bevono?
Non lo so, so che le bare hanno un utero che deve essere sottoposto a “revisione”.
Mercoledì va bene signora? … domani viene qui al settimo piano settore C a digiuno dalla mezzanotte e fa tutte le analisi, poi mercoledì si presenta verso le nove direttamente al primo piano settore A e la ricoverano.. digiuna anche mercoledì dalla mezzanotte… ha capito signora?”
La bara ha capito, conosce la procedura, fare la bara è il suo lavoro.
Sul foglio del Pronto Soccorso c’è scritto “La paziente è arrivata con mezzi propri… è lucida e affidabile nel riferire la sintomatologia”. Sul foglio della Ginecologa c’è scritto, sotto al referto, che si raccomanda colloquio con lo Psicologo. Lo Psicologo, però, mercoledì non s’è visto. La bara è lucida lo stesso.
È talmente lucida che comincia a ridere ed a scherzare con la ragazza che divide la stanza con lei perché la vede terrorizzata e sa che per lei è la prima volta, glielo legge negli occhi e spera con tutte le sue forze che sia l’ultima.
La rassicura, la fa persino ridere, parla parla parla e parla come mai ha fatto in vita sua ( si sa che le bare sono di poche parole ), le parla dell’Africa e delle sue avventure da antropologa. Le parla di un mondo diverso da nostro e così il dolore per un po’ passa in secondo piano. Le dice che ha una squadra di calcio in paradiso, i suoi 11 bambini. E pensare che alla bara il calcio proprio non piace..
Poi torna a casa, deve ricominciare a vivere, il lunedì successivo torna al lavoro con una maschera di circostanza ed un “Si, ho avuto l’influenza”, non ci crede nessuno perché è una che in ufficio c’è andata anche con la febbre alta. Però tutti fanno finta, è troppo doloroso anche solo partecipare ad un dolore altrui. La bara è grata a tutti per non aver fatto troppe domande, sarebbe scoppiata a piangere.

Adesso è qui, “quasiAdelia”. Aspetta che torni il ciclo e poi ci riproverà.
Perché il sogno più grande di una bara è quello di trasformarsi in culla.

ESTRATTO DALLA "VECCHIA" CONCHIGLIA

E, per dimostrarvi che sono anche capace di riderci su, ho scritto man mano il “Bestiario della Poliabortiva”, ovvero tutte le frasi più allucinanti che mi son sentita dire in questi anni.
Premetto che questo nulla toglie alla bravura ed alla professionalità dei medici e delle infermiere, né alla buona fede delle persone che cercano di consolarti: è solo che l’essere umano, per quanto sensibile ed istruito, proprio non ce la fa a tacere un pensiero, nemmeno se egli stesso lo riconosce come inconsulto.

IL BESTIARIO DELLA POLIABORTIVA

Lo Statistico: “Beh, considerata la sua età e quella di suo marito, lei ha circa il 5% delle possibilità al mese di rimanere incinta. Considerato che 1 gravidanza su quattro finisce in un aborto, lei la prossima volta porterà a termine la gravidanza senza problemi”… Diviso per le fasi lunari e moltiplicato per il numero dei globuli bianchi di una scimmia nasica .. sto in una botte di ferro!
L’Ottimista: ma si, son cose che capitano alle donne ( e a chi se no? ) sono sicuro che tra poco mi chiamerà per fare una nuova ecografia! Si.. come no!?
La Nobildonna: “Vabbè Signò, chettepiagni? Basta che apri le cosce e ne fai un altro!” Peccato che la sua mamma non abbia saputo tenersele strette…
La Venditrice Porta a Porta: “Guarda, potrei raccontarti centinaia di esperienze di amiche mie e di amiche delle mie amiche che hanno avuto la tua stessa disgrazia ma adesso c’hanno 10 figli!” Donne o coniglie?
Lo Sportivo Sessista: “Signora, vedrà che farà tanti figli maschi che dovrà mettere su una squadra di calcio!” Esiste anche il calcio femminile no?
Il Razzista: “Signora, c’è una incompatibilità genetica!” “Ma i test genetici non rilevano nulla di anomalo..!” Poi ho capito che si riferiva al fatto che mio marito è egiziano..
La Veggente: stanotte ti ho sognato con un bel bambino in braccio, stavi così bene, avevi un vestito azzurro (io.. che vesto sempre di scuro… ) e il bambino si chiamava Michele ( e chi sarebbe mò 'sto Michele???)
Lo Str…uzzo: “Signora, lei è una gallina maldestra.. fa tante uova ma le rompe tutte!” (Io ho risposto che, invece, lui era uno str..uzzo provetto!)
La Dolente venuta a consolarti: “Poverina.. mi dispiace tanto.. mah! Beata te che non hai figli… sapessi quante disgrazie portano e quante preoccupazioni!” Io, invece, tutta vita! Appena mi dimettono parto per un pellegrinaggio di ringraziamento!
La Dolente 2: “Poverina, chissà come stai male. Però nella disgrazia ti è andata bene: pensa che la figlia di un vicino di casa della suocera del cognato dello zio del mio parrucchiere è morta dissanguata dopo un raschiamento!” Tocco ferro e anche altro…!
Il Devoto: “Signora, se Dio vuole lei avrà un bambino!” Perché mai Dio non dovrebbe volere? Che ho fatto di tanto male?
Il Devoto 2: “Signora! Preghi, preghi tanto!”  Male non può fare… però non funziona!!
La Devota: “Mi hanno detto che se vai al santuario della Madonna del Divin Pianto e chiedi la grazia resterai incinta entro 3 mesi!” Come sopra..
Il Precisino: “Beh, signora.. alla sua età un aborto è normale. Lei fra poco compirà 40 anni! Alla sua età…. Lei ha quasi 40 anni!” A parte che non ho avuto sempre 40 anni.. vuole mica farmi il regalo di compleanno???
Lo Psi.. : “Secondo me, signora, lei un figlio non lo desidera davvero col cuore, per questo il suo corpo si ribella si interrompe la gravidanza!” Già sono depressa..Mi stai dando dell’assassina così mi suicido e non ne parliamo più?
L’Enigmatico: “Signora.. potrei dirle tutto e niente!” Meglio niente, ok?
La Supermamma: “Io non capisco come mai non ci riesci.. io ho fatto 3 figli senza problemi!” Beata te…
La Delicata: “Sai.. non dovrei dirlo proprio a te.. sono incinta di nuovo e nemmeno lo stavo cercando.. ma non credo di tenerlo.. non voglio ricominciare con pappe e pannolini!” Se sai che non me lo devi dire.. perché me lo dici????
La Spensierata: “Guarda.. a te mamma proprio non ti ci vedrei! Sei così.. strana che non so un bambino con te come verrebbe su!” Strana??
La Disperata: “Nooooooooo.. non dirmelo!!!!!!!!! Se c’è una persona che è nata per fare la mamma quella sei tu!!!!!!!!!!!!!!!!! Ma perchèèèèèèèèèèèèèè????????!!!!” Grazie, cara. Mi dispero benissimo da sola!
Il Politico: "Signora: la maternità non è un diritto!" Nemmeno il cervello, a quanto pare...
Il Politico 2: "Signora, la maternità è un diritto. E lei sarà madre!!" Le ultime parole famose..

domenica 29 gennaio 2012

La spiaggia di Nina


Non sono una di quelle persone che si innamorano facilmente, anzi.
Somiglio più ad un bradipo che a Speedy Gonzales: penso, ripenso, valuto, ci ripenso, scappo e ritorno, me ne rivado poi torno sui miei passi, esito e poi, forse, mi lancio.
Non che io pensi di valere talmente tanto da non dovermi concedere, anzi. La maggior parte dei miei pensieri somiglia a “ma che ci troverà questa persona in me”?
Una volta l’ho chiesto anche a mia madre. Letteralmente le ho chiesto a bruciapelo:
Se io non fossi tua figlia tu mi vorresti bene lo stesso? Mi stimeresti? Mi vorresti accanto per libera scelta e non perché obbligata dalle convenzioni sociali?”
Mia mamma, povera crista, è scappata.
Ora, che la mia autostima sia sulla lista dei primi 10 latitanti dell’universo cosa risaputa. Però ogni tanto me ne arriva notizia, un po’ come le telefonate a “Chi l’ha visto?”
E allora, dopo lunghe riflessioni, ripensamenti e ritorni, posso affermare che sono davvero innamorata di una persona che, per di più, è anche un’ottima blogger.
Nina ha un blog che ormai è diventato una piacevole abitudine per me. L’ho seguita per mesi standomene zitta e buona, l’ho studiata, ho esitato e poi mi sono lasciata andare. Ho cominciato a scrivere qualche commento in punta di piedi, poi le ho mandato la mia conchiglia ( 2, a dire il vero ). L’ho fatto perché ho amato il suo modo di accogliere, di comprendere, di commentare, di  avere una parola per tutte e una pazienza che mi piace immaginare infinita.
Ho amato le sue cartonine, sisi, proprio cartonine: non è un errore di battitura.
E adesso che sta arrivando il mio turno, l’ora fatidica della mia conchiglia sgangherata, esito e vorrei scappare, ma stringo i denti e mi impedisco di mandarle una email per fermare tutto.
Grazie Nina, sei riuscita a tirarmi fuori parole che mi ero ripromessa di non pronunciare mai più, come diceva il buon Giovanni Lindo Ferretti ai tempi dei C.S.I ( Consorzio Suonatori  Indipendenti ) 

Blu

aspetta chi ha aspettato
che sia compiuta l'attesa di chi attende
non sono strutturato in modo di poter
reggere per molto tempo ancora
sotto la calma apparente
un assordante frastuono
dissonanze chiassose e confuse
armonie affannate sconnesse
leggere increspature agli orli

ho dato al mio dolore la forma di parole abusate
che mi prometto di non pronunciare mai più

alimentare catena implacabile
pause tranquille atte alla digestione
intransigenze mute
rabbiose devozioni
ho dato al mio dolore la forma di parole abusate
che mi prometto di non pronunciare mai più
ho dato al mio dolore la forma di abusate parole
lasciando perdere attese e ritorni
ho aperto gli occhi dall'orlo increspato
ho visto l'alba blu

giovedì 26 gennaio 2012

Un ricordo che affiora dalle dita

A volte strade diverse conducono nello stesso posto. A volte questo posto si chiama solitudine.
Fin da ragazza provavo tenerezza quando mi capitava di incontrare una di quelle persone che la gente perbene definisce “barboni” o (ipocritamente) “senza tetto” oppure (con un filo di romanticismo bohemien) “clochard”.
C’è chi dice che non c’è pezzenteria senza difetto, che chi vive per strada, solo e abbandonato, è un pessimo elemento, alcolizzato o drogato, disadattato o giocatore accanito, qualcuno che ha dilapidato affetti e fortune fin quando non è rimasto più nulla cui aggrapparsi e nessuno da deludere.
Ne ho conosciuti tanti. Sono una buona ascoltatrice.
Ricordo che a  20 anni me ne andavo a studiare a Villa Torlonia. Preparavo un esame di antropologia, cominciava a far caldo a Roma, così m’ero rifugiata all’ombra di un grande albero su una collinetta tranquilla. Ero assorta nella lettura di un saggio quando mi sono sentita osservata: ho alzato gli occhi ed ho visto un bellissimo ragazzo, con la barba lunga ed i capelli arruffati.
“Hey sembri un cerino! Mi dai una sigaretta?”
L’esordio non era dei migliori ma, devo dire, azzeccatissimo. All’epoca ero piuttosto sottopeso, perennemente vestita di nero,  portavo i capelli quasi rasati, per cui davvero, dato il rosso malpelo che m’ha fatto mamma, potevo sembrare un cerino.
Quel ragazzo si chiamava Mike, austriaco di non ricordo dove. Una deliziosa erre moscia ed una laurea in Ingegneria spiegazzata in tasca perché non è facile credere che uno che dorme a Villa Torlonia sia un laureato. Mike, semplicemente, aveva deciso di non voler vivere tra 4 mura. Aveva un lavoro da cui si era licenziato, una donna che aveva lasciato senza spiegazioni, un appartamento perfettamente arredato  a Piazza Bologna in cui metteva piede solo per lavarsi.
Dopo un pomeriggio piacevolissimo passato a parlare di tutto con una leggerezza ed una familiarità rare, il libro buttato alle ortiche, sono andata a lavorare al pub a malincuore, promettendo di tornare il giorno dopo. E così è stato per parecchi giorni: mi alzavo presto malgrado le ore piccole che facevo al pub e prendevo l’autobus fino a Villa Torlonia. Mike ovviamente era lì, portavo panini col tonno ed il pomodoro e mangiavamo chiacchierando. Certe volte andavamo al “ristorante”, la mensa universitaria che con 1000 lire si mangiava e nessuno faceva caso ad un ragazzo arruffato ed ad un cerino scappato dalla scatola.  Assieme a lui sono entrata  nelle varie strutture “proibite” della Villa, quelle non aperte al pubblico – il tempio di Saturno, la Casina delle Civette, la Serra Moresca. Mike dormiva lì la notte, dopo che in Stazione Termini gli avevano rubato le scarpe che si era tolto per riposare, perché se uno non è abituato a vivere per strada non conosce certe malizie e si comporta come se fosse a casa sua. Mi raccontava di come Mussolini avesse affittato per una miseria la villa dai Principi Torlonia per farne la dimora della sua famiglia, delle antiche vetustà piegate ai capricci del dittatore e dei bunker che aveva fatto costruire, dell’occupazione militare anglo americana e delle devastazioni compiute. Sapevo già tutto ma lo lasciavo raccontare, rapita dalla storia del mio paese narrata da uno straniero che conosce i misfatti del passato ed il rancore del popolo che li ha subìti.
Una volta sono arrivati dei poliziotti a chiederci i documenti. Mike, invece di stare zitto mentre io garantivo sulla sua identità e sul fatto che non era un barbone, continuava ad urlare con la sua erre difettosa “io ho una cosa che voi non avRete mai! Io sono libeRo!”
Si, perché il vagabondaggio è reato, anche se le carceri sono troppo affollate per garantire una permanenza ad un senzatetto. Per questo lo hanno trattenuto un po’ e poi lo hanno lasciato andare.
Ad ogni modo, le mie giornate con Mike sono diventate settimane. Non avevamo una storia, ci stavamo solo annusando. E comunque non mi ha mai spiegato perché ha rinunciato alla sua vita “normale” per  una vita da randagio. Si vedeva che non ci sapeva stare, gli rubavano tutto, non arrivava in tempo alla mensa dei poveri, si perdeva le cose. Diceva solo che non riusciva a sopportare un tetto sulla testa e 4 mura attorno per più di un’ora. Non beveva, non si drogava, fumava solo come uno cui manca l’aria.
Poi un giorno sono andata a Villa Torlonia e Mike non c’era. L’ho cercato dappertutto, l’ho aspettato fino a sera e il giorno dopo  e quello dopo ancora. Sempre con un panino e qualche scatoletta. Gli avevo dato un numero di telefono per le emergenze, ma non chiamava.
 Forse se l’è perso. Forse sta male. Ospedali, questura, persino l’obitorio. Nessuna traccia.
Dopo qualche settimana finalmente si fa vivo, sereno come un fringuello.
“Sono a Taormina, in vacanza al mare!”
E certo, è quasi agosto, che ci fai a Roma quando puoi dormire sulla spiaggia a Taormina?
Un giorno un’amica mi ha detto che cercavano Mike tramite una trasmissione. La sua famiglia era in ansia perché non dava notizie da mesi. Nell’appartamento di Piazza Bologna non c’era nessuno, la sua ex era esasperata e ferita e non voleva saperne niente, dal lavoro si era licenziato.
Sua madre sembra disperata, mi dicevano. Se sai qualcosa devi parlare.
Si può tradire un amico per il suo bene? Non lo so.  Non so se l’abbiano trovato, magari imbottito di psicofarmaci e portato tra 4 mura.
Spero solo sia felice.
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Questo post non era nato per parlare di Mike ma, si sa, le dita vanno dove vogliono e non c’è verso di piegarle alla logica, specie a quest’ora.
Della mia paura parlerò più tardi, ora sarà meglio che mi sdrai un po’ così almeno domattina non mi faranno male le gambe.

domenica 22 gennaio 2012

L’insostenibile leggerezza dell’essere


Tranquilli, non sto per scrivere una recensione a Milan Kundera, ci mancherebbe..
Non è nemmeno un trattato filosofico.
È qualcosa di molto, molto più prosaico: è una riflessione sulle cellule adipose, quelle maledette!
Se ne stanno lì buone buone e mosce per un po’, ma non lasciatevi ingannare: sono all’erta come un pitone, fanno finta di sonnecchiare in attesa di una preda. E sapete qual è la loro preda? Tutto quello che mangiate, bevete e, in alcuni casi, respirate!
Certo, perché a quelli come me basta annusare il cibo per prendere già qualche etto!
Giuro, non è la solita scusa della cicciona che finge di non mangiare e invece mangia eccome, tanto che ingrassa. Chi non ha questo problema pensa che se uno non mangia non prende peso, pensa che ci alziamo la notte e mangiamo di nascosto. Invece non è così. Non sempre, almeno. Ci sono persone che, per cause biologiche che non sto qui a spiegare anche perché non sono un dottore, ingrassano più delle altre.
A parità di porzioni e qualità del cibo, a parità di attività fisica e di stress, le persone ingrassano in maniera diversa.
Sarà la sfiga cosmica? Iattura genetica? Sfortuna metabolica? Boh, però esiste!
Ammetto di non essere una tipa da palestra, ma cammino molto: faccio lunghe passeggiate col  mio cagnone, giochiamo con gli altri cani, uso i mezzi per andare al lavoro, pulisco, creo, non sto mai ferma, non mangio fuori pasto, mangio molta verdura, evito i dolci, dormo poco.. cosa c’è che non va?
Mi viene una rabbia pazzesca quando sento che le persone mi stanno giudicando perché non porto la taglia 40. Non mi piace mangiare assieme agli altri perché so cosa pensano: ecco, vedi che mangia? Dice che non mangia e invece lo fa!
Ma che ne sapete voi, fortunatissime dee, della frustrazione che si prova guardandosi allo specchio i rotolini che giorno dopo giorno ci abbracciano fino a far diventare il punto vita un punto perso nello spazio interstellare?
Lo sapete, voi divinità, quanto mi piace il mare?  E invece non ci vado per evitare che qualcuno lanci un falso allarme al WWF perchè ha visto una balena spiaggiata!
Credete davvero che io sia disposta a barattare una giornata in spiaggia per un piatto di patatine fritte? Se davvero mi bastasse non mangiare mi farei cucire la bocca, sappiatelo.
Però non è così. Quindi, please, ficcatevi in quelle testine taglia S che non mi interessa quello che pensate: io se volessi – e non voglio – con un’operazione di chirurgia estetica potrei diventare  una strafiga taglia XS! Per il vostro cervello, però, ci sono brutte notizie: non esistono extension neuronali!
p.s.
non ce l’ho con le magre, ce l’ho con quelle che pensano che serve un pantalone a vita bassa per essere felici!

sabato 21 gennaio 2012

Il vecchio e il libro


Stamattina passeggiando con il Signor Bi, il mio cagnone, ho assistito ad una scena che mi ha riconciliato con la vita, almeno per un po’..
Eravamo al parco, al sole per resistere al freddo intenso della tramontana, quando sul vialetto ho notato un signore anziano che si avvicinava con lentezza, profondamente assorto nella lettura.
L’ho osservato camminare, lento ma sicuro, senza badare dove metteva i piedi.
Poi d’improvviso si è fermato, come rapito da una frase particolarmente interessante.
Ho pensato che fosse bellissimo, in piedi sotto un sole invernale, circondato da alberi spogli.
Ecco un vecchio albero apparentemente morto, senza foglie, ostinatamente vitale sotto la corteccia increspata.
Non conosco il suo nome, non so quale libro stesse leggendo.
 Però avrei voluto abbracciarlo e dirgli che vorrei che il tempo che passa fosse clemente con me.
Da grande vorrei essere come lui.

venerdì 20 gennaio 2012

Il porcospino che voleva incatenare pensieri e parole


È sempre problematico per me scrivere un post.
Comunicare non è cosa facile, anche se impariamo a parlare fin da bambini.
Il rischio di muoversi come un elefante tra i cristalli non appena apriamo la bocca è altissimo, figuriamoci poi se quello che pensiamo lo dobbiamo mettere per iscritto.
Direte: ma chi te l’ha chiesto? Non hai di meglio da fare?
Eh.. boh! Forse non ho di meglio da fare.
Forse è un modo di sfogarsi, di condividere.

È notte. Un’altra notte insonne.
Al buio, sola con me stessa, respiro la pura essenza dell’essere vivi: incatenare pensieri a parole è un esercizio diurno ed estenuante, quando il vincolo sociale mi impone comportamenti che non mi somigliano, necessariamente artefatti dal bisogno di relazionarmi in maniera universalmente fruibile.
Dunque, diamo inizio alla danza sfrenata dei polpastrelli sulla tastiera, in sottofondo Fossati.

"Alla mia volontà affamata tu parlavi gentile
voglio dirti che le parole non mi bastano più
così vengo nel nome delle carezze dimenticate
parole femmina, scompagnate sul fango selciato del mondo
E tu lo senti o no l'esatto suono delle mie ragioni?
lo capisci cos'è la rinuncia al pudore?
Vuol dire chiamami come vuoi ma non chiamarmi amore
chiamami come vuoi io sono degno del mio nome”
Penso alle “lezioni” che ho ricevuto sul dare e sul ricevere. Penso al mare chiuso in una bottiglia. Penso alla furiosa necessità matematica di ridurre un’espressione intricata ad un risultato il più possibile simile allo zero. Penso al vento costretto a farsi strada attraverso la fessura di una finestra chiusa.
I porcospini conoscono esattamente la bellezza del condividere e l’impossibilità – lacerante – di farlo.
La consapevolezza del “come dovrebbe essere” - che è nettamente in contrasto con il comportamento riconosciuto “normale” - non placa lo sgomento. La regola del gioco del branco dei “normali” è più o meno questa, almeno credo: meno sono in grado di offrire e più si sforzano di far finta di dare. D’altro canto, dare è più facile - a patto, ovviamente, di non essere affetti da complessi di privazione - poiché si dà esattamente quello che si vuole. Quindi, spesso si dà un niente ben confezionato: carta colorata in tinta col nastrino, morbida gommapiuma morale a proteggere l’inconsistenza del dono.
Ricevere è inesorabilmente più complicato, dal momento che difficilmente ci si accontenta di ciò che ci viene dato proprio perché si conosce il trucco.
Il porcospino non dà e non pretende altro che il noumeno.. del fenomeno non si cura poiché le manifestazioni del disordine interno (e del conseguente ordine esterno) gli danno solamente la misura della sua alterità. Spesso - troppo spesso - si osserva da un punto di vista non consueto ( ovvero, si perplime ) e le sue parole non hanno esattamente un valore universale – d’altro canto, è sempre così poco probabile che l’abbiano..
Continuo a pensare che sia pressoché impossibile illudersi di poter posare la testa sulla spalla di qualcuno: si finisce con lo scoprire che è sempre rimasta ben salda sul collo e, talvolta, che non esisteva affatto una spalla su cui poggiarla. Forse il vero problema dei porcospini è che pretendono troppo, da se stessi e dal genere umano:  pretendono abbracci non momentanei, coesione pura e non solo attimi di vicinanza relativa. Troppa necessità di comunicare porta inesorabilmente alla non comunicazione. E la fame di luna è il tormento di un lauto banchetto di primizie che si dissolvono continuamente, offerto a chi non è capace di fare pietanza di un frugale contorno.
Il contadino, accecato dal bisogno di mietere il più velocemente possibile, non ha tempo di fermarsi ad osservare la bellezza dei singoli frutti; i porcospini hanno occhi e mani affamate di bellezza e aculei troppo pungenti dentro di sè. Per chi è incapace di tollerare una distratta e casuale “distanza ravvicinata” non è tanto complicato toccare e farsi toccare quanto smettere di esplorare e di farsi esplorare in modo inconsueto - ovvero, secondo tempi e modi che quasi mai coincidono con le stagioni e le maturazioni altrui. E quel “quasi”, assieme a tutti gli altri "quasi" del mondo, non fa che accrescere la fame di luna.
…..” se mi comporto come un bravo cane qualche volta mi gettano un osso….” (Pink Floyd)

domenica 15 gennaio 2012

E non ho davvero capito niente!

...se mai vi fosse sfuggito questo post
http://dissonanzeassonnate.blogspot.com/2011/12/mi-sa-che-non-ho-capito-niente-o-no.html

vi confermo che davvero non ho capito niente!
ho letto che una nota marca di auto di lusso sta usando l'immagine del Che..

davvero, non ho capito niente!

venerdì 13 gennaio 2012

Io ricordo


Roma. 1972.
4 anni. È strano ricordare a quell’età e dopo così tanto tempo. Ma io ricordo.
Persone mi passano accanto senza accorgersi di me, sono lembi di stoffe in movimento, invernali e grigiastre. Accanto a me mia sorella. È più alta di me di una spanna ed ha i capelli neri, ma io vedo solo un cane di plastica bianca, con le orecchie grigie e la linguetta rossa a leccare un nasino ormai scrostato. È bello, quel cane, e sa di mamma e di bagnoschiuma “Fa”. Vorrei tenerlo un po’, ma mia sorella urla ed io lascio stare perché è più forte di me.
Sono stanca di aspettare in piedi ed ho caldo con il poncho di lana verde (.. “sta tanto bene coi capelli rossi!”) coi fiori all’uncinetto che mi ha fatto la mamma.
Metto un piede sul muro, qualcuno vede e mi arriva uno schiaffo. Mia sorella ride, io aspetto che la stoffa si allontani e rimetto il piede dov’era. Piano piano, impercettibilmente, comincio a muovermi. Il muro si sporca, le prenderò ancora ma continuo ostinatamente il mio disegno.
Sbatte una porta, le stoffe gridano. Qualcuno mi strattona portandomi via.
La porta si chiude.
Io sono fuori.
Il mio disegno resta dentro.

mercoledì 11 gennaio 2012

Le cose belle della vita

Per fortuna
le cose belle della vita sono tante, addirittura più di quelle brutte.
(rigorosamente in ordine sparso)


Una risata di cuore
Un gatto che ti ronfa in grembo
Il tuo cane che scodinzola
Svegliarsi accanto a chi si ama
La sveglia che non suona la domenica mattina
Il colore del cielo all'alba ed al tramonto
La brezza sul mare
L'odore della terra bagnata
Uno sguardo d'amore
Il profumo della mentuccia
La carezza di una mamma
Un bicchiere d'acqua fresca
Un bacio farfallino ( quello che si dà sfiorando con le ciglia la guancia di qualcuno )
Il silenzio della neve che scende
Le patate cotte sotto la cenere
Una nuova vita che cresce
Una coccinella sulla mano
Una ruga di saggezza
La pizza con doppia mozzarella
Qualcuno che ti gratta la schiena
Fare l'amore per amore
Il caffè a letto
Qualcosa che ti stupisce
Il Tiramisù

e per voi?



domenica 8 gennaio 2012

Sommarie mietiture

è il rischio di ogni essere umano, che sia un blogger o meno. parlo dell'essere fraintesi.
sembra che a questo mondo tutti pensino di avere la verità in mano, l'esclusiva dell'intelligenza, lo scettro dell'attendibilità.
ogni tanto, lo confesso, anche io cado a peso morto - sono tutto fuorchè perfetta. però ho un pregio - l'unico, credo: rifletto. e mi bacchetto ogni volta che mi accorgo che sto sopravvalutando le mie capacità cognitive.
questa regola vale sia in positivo che in negativo, ovvero sia che si stia giudicando una persona in maniera benevola che malevola.
non mi piace bruciare di facili entusiasmi così come di rabbiosi rancori, quindi mi fermo, sospendo il giudizio, rifletto e poi eventualmente parlo.
lascio agli altri le sommarie mietiture e le conseguenti vesciche alle mani.
io preferisco i Pink Floyd


Il Processo

Buongiorno, Vostro Onore Verme.

L’accusa dimostrerà chiaramente 
Che il detenuto che ora è di fronte a Voi
è stato colto in fragrante mentre ostentava sentimenti
ostentava sentimenti di natura quasi umana;
E ciò non va fatto. -“Si chiami il Preside!”

"Ho sempre detto che avrebbe fatto
una brutta fine, Vostro Onore.
Se mi avessero lasciato fare
lo avrei sistemato a dovere.
Ma avevo le mani legate,
I cuori teneri e gli artisti
Lo hanno lasciato impunito.

Lasciatemelo martellare oggi!"
(Pazzo, giocattoli nell'attico, sono pazzo,
Un vero menefreghista.
Devono proprio avermi fatto perdere la ragione.)
Pazzo, giochi nell'attico, lui è pazzo.
(“Si chiami in difesa la moglie!”)
 "Piccolo stronzo sei al fresco ora,
E spero che buttino via la chiave.
Avresti dovuto parlare con me di più
di quanto hai fatto, Ma no! Dovevi andare
Per i cazzi tuoi, Hai distrutto
altre famiglie di recente?
Solo cinque minuti, Verme vostro onore.
Lui e me da soli."
 (“Si chiami la madre!”)
"Bimbooooooooooooooooo!
Vieni dalla mamma piccolino, fatti stringere
tra le mie braccia.
Milord, non ho mai voluto che
si cacciasse nei pasticci.
Perché mi ha lasciato?
Verme, Vostro Onore me lo lasci portare a casa."
(Pazzo, sull'arcobaleno, sono pazzo,
Sbarre alla finestra.
Doveva esserci una porta nel muro
Quando sono entrato.)
 Pazzo, sull'arcobaleno, lui è pazzo.
L’evidenza innanzi alla Corte è
Inconfutabile, che non c’è neanche bisogno
che la giuria si ritiri.
 In tanti anni di magistratura
Non avevo mai sentito
Nessuno più meritevole
Del massimo della pena.
Il modo in cui Tu hai fatto soffrire,
La tua deliziosa moglie e tua madre,
mi fa venire voglia di defecare!
("Ehi! Giudice! Coprilo di merda!")
Ma, amico mio, Tu hai rivelato la tua
paura più nascosta,
Sentenzio che tu sia consegnato ai tuoi simili.
Abbattete il muro!


giovedì 5 gennaio 2012

Se tu..


Se davvero tu mi conoscessi sapresti che..
Vorrei essere capace di vedere il futuro e smettere di avere paura.
Vorrei non dover essere sempre “quella forte” cui si può dire e fare di tutto perché tanto ha le spalle larghe per sostenere.
Vorrei poter aprire la bocca e semplicemente parlare, parlare e parlare senza timore di dare fastidio.
Vorrei smettere di pensare che siamo in troppi anche quando sono da sola.
Vorrei poter tornare indietro e chiedere scusa alle persone che ho ferito e chiedere perché a quelle che hanno ferito me.
Vorrei cancellare dalla mia mente la sensazione di oppressione e angoscia che ho vissuto in casa mia e che continua a farmi sentire inadeguata ancora adesso.
Vorrei smettere di mangiarmi le unghie fino al sangue.
Vorrei essere invisibile e attraversare la vita come un folletto indaffarato a soffiare bolle di sapone.

lunedì 2 gennaio 2012

Questo 2012....


Solitamente questo è tempo di bilanci e buoni propositi. Troppo facile, no?
Basta dire “lo scorso anno è successo questo questo e quest’altro ma il prossimo anno ho intenzione di fare così così e così..”
Tanto poi abbiamo un anno di tempo per darci da fare, un po’ come dire “da lunedì sto a dieta” ma senza specificare di quale lunedì stiamo parlando. E così passa un altro anno senza far nulla. Arriva un nuovo capodanno e ci tocca rinnovare il blablabla..
Sono 43 anni, quasi 44, che faccio bilanci e buoni propositi e per quanto mi sforzi di progettare e pianificare fatico come una matta senza avanzare neppure di un millimetro, come se nuotassi perennemente controcorrente Peccato che sia un’abilità da salmone e non da donna!
Sapete che c’è di nuovo? 
Il mio proposito per questo 2012 è quello di non fare propositi! Mi impegno solennemente a non pianificare, a non progettare, a non programmare, a non organizzare niente, neppure per sbaglio. Basta conteggiare ovulazioni, basta pianificare le ferie in base ai periodi fertili, basta controllare muco e secrezioni, basta sopportare stoicamente i malanni senza prendere medicine che potrebbero danneggiare un’eventuale gravidanza.
Adesso penso un po’ a me.