giovedì 26 gennaio 2012

Un ricordo che affiora dalle dita

A volte strade diverse conducono nello stesso posto. A volte questo posto si chiama solitudine.
Fin da ragazza provavo tenerezza quando mi capitava di incontrare una di quelle persone che la gente perbene definisce “barboni” o (ipocritamente) “senza tetto” oppure (con un filo di romanticismo bohemien) “clochard”.
C’è chi dice che non c’è pezzenteria senza difetto, che chi vive per strada, solo e abbandonato, è un pessimo elemento, alcolizzato o drogato, disadattato o giocatore accanito, qualcuno che ha dilapidato affetti e fortune fin quando non è rimasto più nulla cui aggrapparsi e nessuno da deludere.
Ne ho conosciuti tanti. Sono una buona ascoltatrice.
Ricordo che a  20 anni me ne andavo a studiare a Villa Torlonia. Preparavo un esame di antropologia, cominciava a far caldo a Roma, così m’ero rifugiata all’ombra di un grande albero su una collinetta tranquilla. Ero assorta nella lettura di un saggio quando mi sono sentita osservata: ho alzato gli occhi ed ho visto un bellissimo ragazzo, con la barba lunga ed i capelli arruffati.
“Hey sembri un cerino! Mi dai una sigaretta?”
L’esordio non era dei migliori ma, devo dire, azzeccatissimo. All’epoca ero piuttosto sottopeso, perennemente vestita di nero,  portavo i capelli quasi rasati, per cui davvero, dato il rosso malpelo che m’ha fatto mamma, potevo sembrare un cerino.
Quel ragazzo si chiamava Mike, austriaco di non ricordo dove. Una deliziosa erre moscia ed una laurea in Ingegneria spiegazzata in tasca perché non è facile credere che uno che dorme a Villa Torlonia sia un laureato. Mike, semplicemente, aveva deciso di non voler vivere tra 4 mura. Aveva un lavoro da cui si era licenziato, una donna che aveva lasciato senza spiegazioni, un appartamento perfettamente arredato  a Piazza Bologna in cui metteva piede solo per lavarsi.
Dopo un pomeriggio piacevolissimo passato a parlare di tutto con una leggerezza ed una familiarità rare, il libro buttato alle ortiche, sono andata a lavorare al pub a malincuore, promettendo di tornare il giorno dopo. E così è stato per parecchi giorni: mi alzavo presto malgrado le ore piccole che facevo al pub e prendevo l’autobus fino a Villa Torlonia. Mike ovviamente era lì, portavo panini col tonno ed il pomodoro e mangiavamo chiacchierando. Certe volte andavamo al “ristorante”, la mensa universitaria che con 1000 lire si mangiava e nessuno faceva caso ad un ragazzo arruffato ed ad un cerino scappato dalla scatola.  Assieme a lui sono entrata  nelle varie strutture “proibite” della Villa, quelle non aperte al pubblico – il tempio di Saturno, la Casina delle Civette, la Serra Moresca. Mike dormiva lì la notte, dopo che in Stazione Termini gli avevano rubato le scarpe che si era tolto per riposare, perché se uno non è abituato a vivere per strada non conosce certe malizie e si comporta come se fosse a casa sua. Mi raccontava di come Mussolini avesse affittato per una miseria la villa dai Principi Torlonia per farne la dimora della sua famiglia, delle antiche vetustà piegate ai capricci del dittatore e dei bunker che aveva fatto costruire, dell’occupazione militare anglo americana e delle devastazioni compiute. Sapevo già tutto ma lo lasciavo raccontare, rapita dalla storia del mio paese narrata da uno straniero che conosce i misfatti del passato ed il rancore del popolo che li ha subìti.
Una volta sono arrivati dei poliziotti a chiederci i documenti. Mike, invece di stare zitto mentre io garantivo sulla sua identità e sul fatto che non era un barbone, continuava ad urlare con la sua erre difettosa “io ho una cosa che voi non avRete mai! Io sono libeRo!”
Si, perché il vagabondaggio è reato, anche se le carceri sono troppo affollate per garantire una permanenza ad un senzatetto. Per questo lo hanno trattenuto un po’ e poi lo hanno lasciato andare.
Ad ogni modo, le mie giornate con Mike sono diventate settimane. Non avevamo una storia, ci stavamo solo annusando. E comunque non mi ha mai spiegato perché ha rinunciato alla sua vita “normale” per  una vita da randagio. Si vedeva che non ci sapeva stare, gli rubavano tutto, non arrivava in tempo alla mensa dei poveri, si perdeva le cose. Diceva solo che non riusciva a sopportare un tetto sulla testa e 4 mura attorno per più di un’ora. Non beveva, non si drogava, fumava solo come uno cui manca l’aria.
Poi un giorno sono andata a Villa Torlonia e Mike non c’era. L’ho cercato dappertutto, l’ho aspettato fino a sera e il giorno dopo  e quello dopo ancora. Sempre con un panino e qualche scatoletta. Gli avevo dato un numero di telefono per le emergenze, ma non chiamava.
 Forse se l’è perso. Forse sta male. Ospedali, questura, persino l’obitorio. Nessuna traccia.
Dopo qualche settimana finalmente si fa vivo, sereno come un fringuello.
“Sono a Taormina, in vacanza al mare!”
E certo, è quasi agosto, che ci fai a Roma quando puoi dormire sulla spiaggia a Taormina?
Un giorno un’amica mi ha detto che cercavano Mike tramite una trasmissione. La sua famiglia era in ansia perché non dava notizie da mesi. Nell’appartamento di Piazza Bologna non c’era nessuno, la sua ex era esasperata e ferita e non voleva saperne niente, dal lavoro si era licenziato.
Sua madre sembra disperata, mi dicevano. Se sai qualcosa devi parlare.
Si può tradire un amico per il suo bene? Non lo so.  Non so se l’abbiano trovato, magari imbottito di psicofarmaci e portato tra 4 mura.
Spero solo sia felice.
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Questo post non era nato per parlare di Mike ma, si sa, le dita vanno dove vogliono e non c’è verso di piegarle alla logica, specie a quest’ora.
Della mia paura parlerò più tardi, ora sarà meglio che mi sdrai un po’ così almeno domattina non mi faranno male le gambe.

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grazie per avermi letto
mi spiace perchè, a causa della maleducazione di qualcuno, ho dovuto fare in modo che non si possa commentare in modo anonimo e che il tuo commento possa apparire solo dopo la moderazione.
perdonami e grazie ancora per la pazienza!
Adelia