lunedì 18 giugno 2012

Raptores orbis. Io e Tacito.

Finita la scuola media, invece di fare il Liceo Artistico come avrei voluto, mi sono ritrovata coattamente iscritta al Liceo Classico.
Furibonda, decisi che non avrei aperto libro, fino a quando compresi di non avere vie d'uscita, o così o così, nessuna possibilità d'appello.
Mi misi a studiare solo per non essere bocciata, solo per non dover passare il resto della vita in quella stramaledetta scuola.
Poi un giorno scoprì che anche tra quei libri polverosi, anche tra quei damerini ingessati c'erano spunti di riflessione rivoluzionaria.
Nella fattispecie, Tacito. Pane al pane e vino al vino. Uno storico che ebbe il coraggio, dall'interno del sistema, di dire quello che pensava.
Chi non lo conoscesse può leggere il brano che all'epoca letteralmente mi folgorò per la sua attualità, la sua audacia, la sua lucidità.


«Quando rifletto sulle cause della guerra e sulla nostra terribile situazione, nutro la grande speranza che questo giorno, che vi vede concordi, segni per tutta la Britannia l’inizio della libertà. Sì, perché per voi tutti qui accorsi in massa, che non sapete cosa significhi servitù, non c’è altra terra oltre questa e neanche il mare è sicuro, da quando su di noi
incombe la flotta romana.

Perciò combattere con le armi in pugno, scelta gloriosa dei forti, è sicura difesa anche per i meno coraggiosi. I nostri compagni che si sono battuti prima d’ora con varia fortuna contro i Romani avevano nelle nostre braccia una speranza e un aiuto, perché noi, i più nobili di tutta la Britannia - perciò vi abitiamo proprio nel cuore, senza neanche vedere le coste dove risiede chi ha accettato la servitù - avevamo perfino gli occhi non contaminati dalla dominazione romana. Noi, al limite estremo del mondo e della libertà, siamo stati fino a oggi protetti dall’isolamento e dall’oscurità del nome. Ora si aprono i confini ultimi della Britannia e l’ignoto è un fascino: ma dopo di noi non ci sono più popoli, bensì solo scogli e onde e il flagello peggiore, i Romani, alla cui prepotenza non fanno difesa la sottomissione e l’umiltà.
Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, genti che né l’oriente né l’occidente possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove hanno fatto il deserto, quello chiamano pace.»

Tacito, "De Vita Agricolae"

Non vi sembra tremendamente attuale?


3 commenti:

  1. Direi di si, purtroppo per tutti.
    Raffaella

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  2. "They make a desolation, and call it peace", c'è questa citazione in una stupenda poesia di Agha Shahid Ali, poeta kashmiro. Buonanotte!

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  3. buonanotte a te
    e sogni d'oro :o)

    Adelia

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grazie per avermi letto
mi spiace perchè, a causa della maleducazione di qualcuno, ho dovuto fare in modo che non si possa commentare in modo anonimo e che il tuo commento possa apparire solo dopo la moderazione.
perdonami e grazie ancora per la pazienza!
Adelia