lunedì 27 agosto 2012

Mustafà


Aveva  preparato  di malavoglia una borsa, ammassando i vestiti senza alcuna accortezza.
Non aveva smania di partire, per niente. Era da un po’ che non aveva voglia di nulla.
“A che serve vivere in una città di mare se il mare non lo vedo mai?” erano le ultime parole che aveva detto a quello con cui, solo l’estate prima, era scappata in moto senza pensarci due volte.
E pensare che un tempo le piaceva. Anzi, a dirla tutta le piaceva l’idea di farselo piacere, perché lui non piaceva a nessuno, nemmeno a sua madre. E poi aveva una moto, ma non una moto di quelle tutte carenate e strombazzanti: più che una moto era un rottame da “antitetanica solo a guardarla”. Però,  inspiegabilmente, continuava a funzionare. Insomma, lui era uno sfigato. Lei gli aveva detto di si solo perché piangeva. All’epoca ancora non sapeva che avesse una  lacrima pronta ogni volta che beveva.
A questo pensava mentre preparava la borsa. E sbuffava.
Lui le aveva proposto una gita senza meta.
Partire senza sapere, fermarsi dove capita.. un tempo l’avrebbe resa felice.
Ma non ora. Ora la noia aveva il sopravvento su tutto.
Già visto, già fatto, già detto. Tappe bruciate.
Vabbè, ormai c’era. Si infilò i sandali senza lavarsi i piedi, anche se aveva camminato scalza tutto il giorno.
Salì sulla moto e lo abbracciò solo per non cadere.
Chilometri e chilometri, un paesino pulito e tranquillo.
“Fermati…”
Entrando nel piccolo bar, l’odore della candeggina le invase piacevolmente le narici. Respirò profondamente pulendosi l’anima.
Andò in bagno ed ordinò un caffè. Lui non era neppure sceso dalla moto.
Lo vedeva sbuffare sotto il casco. Decise che non le importava.
Si mise comoda a contemplare le pareti di un colore indefinito, le sedie di plastica intrecciata anni ’70, il barista centenario che, con gesti lenti, preparava il caffè col minore spreco possibile di miscela.
Lui si sbracciava per farle capire che voleva andarsene, lei decise di dare un’occhiata alla Gazzetta dello Sport, anche se di calcio non capiva niente e gliene importava ancora di meno.
Voleva solo farlo innervosire.
Si tolse le scarpe ed incrociò un piede sotto di sé, accoccolandosi come al solito.
Sentiva ancora la voce di sua madre che la chiamava
“Che fai?”
“Il gatto”
Faceva il gatto sulla sedia, sulla poltrona, sul divano. E come un gatto amava starsene in santa pace, senza far nulla, gli occhi socchiusi a contemplare il sole.
Adesso faceva il gatto nel bar.
Lui intanto era sceso dalla moto, s’era tolto il casco e sarebbe entrato se lei non lo avesse fulminato con un solo sguardo.
Lentamente si stiracchiò, piegò il giornale con una svogliatezza esasperante, bevve l’ultima goccia di caffè allungando la lingua nella tazzina per raccogliere lo zucchero sul fondo.
Si alzò ed uscì fuori.
Lui stava per risalire sulla moto quando, con la cosa dell’occhio, si accorse che lei s’era seduta a terra ad accarezzare un gattino.
“Lo porto a casa!”
“Non pensarci nemmeno. Siamo in moto e poi sai che sono allergico…”
Lei riprese a giocare col gattino, lasciandolo inveire tormentando l’accelleratore.
“Guarda che ti lascio qui!”
Un’alzata di spalle fu l’unica risposta che ottenne.
L’ultima.
Il vecchietto l’aveva osservata tutto il giorno mentre lei giocava col gattino, le aveva dato il latte fresco in un piattino che lei gli aveva chiesto. Non aveva potuto fare a meno di scuotere la testa ad ogni risata argentina per le moine del gattino. Strana ragazza, pensò, ma non dev’essere cattiva.
“Devo chiudere..”
Stava venendo buio quando lei si rese conto che non aveva mangiato nulla tutto il giorno.
“Posso avere prima un panino?”
“Non faccio panini, ma se ti fidi puoi venire a casa con me”
“Solo se posso portare anche Mustafà!”
Ed era balzata in piedi facendo attenzione a non  lasciar cadere il gattino addormentato.
Il vecchio capì che non poteva che accettare e si incamminò lentamente verso casa.
Aprì la porta e la fece entrare.
Lei si innamorò dell’odore del legno e di ricordi non suoi.
Mustafà cresceva affilandosi le unghie sul divano, lui sorrideva sotto i baffi facendo finta di arrabbiarsi.
Lei si alzava presto per aprire il bar, Mustafà sonnecchiava trai tavoli vuoti.
Il giorno in  cui non si svegliò lei tornò a casa in silenzio, prese la sua borsa e cominciò a riempirla a caso con i vestiti che trovava in giro.
Il vecchio aspettò inutilmente che lei lo guardasse e d’un tratto capì: era rimasta con lui solo per il cucciolo.

6 commenti:

  1. Bel racconto Adelia, terribilmente triste. La solitudine si mescola alle parole.
    Brava. C'è anche una scrittrice in te?
    Raffaella

    RispondiElimina
    Risposte
    1. ciao Raffaella
      ma che scrittrice
      ogni tanto penso qualche scemenza e la scrivo :o)
      Adelia

      Elimina
  2. che bello Ade,,, si, triste..

    RispondiElimina
    Risposte
    1. la prossima volta delirerò in maniera più allegra :o)

      Elimina
  3. bello...
    "...bevve l’ultima goccia di caffè allungando la lingua nella tazzina per raccogliere lo zucchero sul fondo."
    non so perchè...mi piace questa immagine.

    RispondiElimina

grazie per avermi letto
mi spiace perchè, a causa della maleducazione di qualcuno, ho dovuto fare in modo che non si possa commentare in modo anonimo e che il tuo commento possa apparire solo dopo la moderazione.
perdonami e grazie ancora per la pazienza!
Adelia