mercoledì 24 ottobre 2012

E' più facile che un cammello passi dalla cruna dell'ago...


Il pomeriggio, dopo una piccola siesta (ma solo d’estate, d’inverno no) mia nonna si sedeva su una seggiolina impagliata, leggermente più bassa di quelle normali, e iniziava il lavoro.
Anche io avevo la mia seggiolina a misura, e ogni giorno un lavoro diverso:

Lunedì ricamo
Martedì uncinetto
Mercoledì ferri
Giovedì gnocchi – no, scherzo – giovedì taglio e cucito
Venerdì grandi mucchi di frutta o verdura da sbucciare o tagliare o preparare per le conserve
Sabato pane e pasta fatta in casa in quantità industriale
Domenica grande pranzo con tutti i parenti. Almeno una ventina. E fusilli per tutti, sia da mangiare a pranzo che da portarsi a casa e cucinare in settimana. Praticamente una ventina di kg di farina, una sessantina di uova. E i fusilli li cavavo solo io, che c’ho le manine sante e li faccio tutti uguali così cuociono uniformemente.

Comunque.. non divaghiamo!

Da bambina, uno dei miei compiti extra era quello di infilare gli aghi. A tutti. Perché il pomeriggio venivano anche mia zia Serafina, l’amica di mia nonna che si chiamava Bice, l’altra amica che si chiamava Milia ( Emilia ) ma che io chiamavo Nonna Trotta perché aveva il culo grosso come l’autobus che da noi collega i paesini ( Autolinee Trotta, per l’appunto ), più varie ed eventuali comari a rotazione.
Tutte molto “anta”.
A casa mia la porta era sempre aperta, salivano le scale e s’affacciavano in cucina senza nemmeno dire una parola. Era ovvio che fossero lì.

Il pomeriggio lavorativo iniziava immancabilmente con questa richiesta di mia nonna:

“Lelè, fallo tu il caffè che lo sai fare bene!” ovviamente parlava dialetto, ma ho pietà di voi e scrivo in italiano.

Facevo il caffè, riempivo le tazzine, le signore bevevano e poi cominciavano a lavorare sincronizzate al millesimo di secondo, senza bisogno di scambiarsi una parola.

Mi sedevo pure io e cercavo di capire il da farsi e, soprattutto, di farlo bene se no  mia nonna disfaceva tutto il mio lavoro e me lo faceva ricominciare. ( e qui ci sta bene una scena del film “300” … Questa è SPARTA!   che pare mia nonna che esamina schifata il mio lavoro e me lo fa rifare, ma solo perchè non aveva una fossa in cui gettarmi, credo.. ) 


Comunque.. non divaghiamo!

Cercavo pure di seguire il loro discorsi, impresa impossibile visto che il soggetto non era mai chiaro, il peccato neppure, e anche se avessi saputo chi punire m’avrebbero dovuto spiegare perché fosse peccato fare quello che aveva fatto.

Era tutto un ammiccamento, uno schiocco di lingue che non saprei come riprodurre per iscritto.

Lo “nzzz” che si ottiene schiacciando rapidamente la lingua contro gli incisivi superiori indica negazione e disprezzo e lo si sente spesso in tv.
Ma lo schiocco gutturale che si fa a bocca chiusa, tipo quello che fanno i bambini che succhiano a vuoto, che da adulti indica la massima riprovazione e dovrebbe mettere a tacere chi lo sente.. beh, quello potrebbe essere un “ngh”. Vabbè. Mi arrendo.

Mia nonna lo faceva spesso questo “ngh”, vuoi perché non le piacevano i pettegolezzi ( mia zia Serafina invece era la regina del gossip! ) vuoi perché c’ero io che potevo capire qualcosa che non dovevo capire.
Quando le sue amiche non si zittivano, mia nonna diceva:

“Lelè, infila gli aghi!”.
E loro tutte in coro
“Sisi figlia mia, pure a me!”

E io cominciavo ad infilare sistematicamente tutti gli aghi col filo bianco, senza staccarlo mai, praticamente una collanina di aghi pronti all’uso.

E non capivo cosa ci fosse di difficile nell’infilare gli aghi. Uno scherzo, una quisquilia, roba da ragazzini. Pensavo che loro lo facessero fare a me per darmi importanza, per farmi vedere che almeno in qualcosa ero più brava di loro.
Oppure che volessero mandarmi fuori dai piedi, perché gli aghi li dovevo andare ad infilare sul tavolino, stando in piedi e lontano dai letti. Questo perché una zia di mia nonna era morta per via di un ago che aveva perso / ce l’aveva addosso e non se n’era accorta  / era andata a dormire e l’ago l’aveva punta e s’era spezzato. Mia nonna diceva che l’ago aveva camminato nel corpo della zia fino ad arrivare al cuore.
Può essere, ma secondo me è più facile che fosse morta di tetano.
Comunque mia nonna mi dava gli aghi contati e se ne mancava uno succedeva il putiferio, bonificava l’ambiente che nemmeno a Fukushima.

Sono passati tanti anni ed io ancora mi sento in dovere di contare gli aghi quando li uso.
Li conto prima e dopo aver cucito.

Però adesso ho un piccolo problema: gli aghi moderni li fanno con una cruna moooolto più piccola rispetto a quelli che usava mia nonna.
C’avete fatto caso?
Oh, è diventato impossibile infilarli al primo colpo!

11 commenti:

  1. sono sempre stata impedita con gli aghi a prescindere dalla misura della cruna.
    Rispondo qui alla tua domanda da me, certo che sarai la mia ingioiellatrice esclusiva quando sarò ricca e famosa. baciiii sandra frollini

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  2. Che belle queste storie di sud e infanzia. Queste storie di nonne, zie, comari, parenti, vicine. Questa sensazione che tutto fosse sempre troppo "aperto" - ma paradossalmente chiuso. Non so come spiegarlo.
    Io negatissima per qualsiasi lavoro di mani.
    Le orecchiette, e chi le sa fare?
    Mia nonna Ernestina le faceva piccole e perfette, di farina integrale, che buone. Mo' non le fa più, perché ci vede poco e naturalmente non si vuole operare le cateratte. Vecchie donne del sud.
    I peccati, poi! Tutto era un pettegolare sui presunti peccati.
    La vita contadina, la vita minuta nei villaggetti del Sud nostro.
    Grazie per questo post

    Io sono miope... e gli aghi solo da siringa ;-))))

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    1. io, non so se s'è capito, sto diventando presbite..
      e so fare bene anche le iniezioni :o)

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  3. Sai che con questo post mi hai fatto rivivere il piacere del racconto?Non lo provavo più, così sincero,dall'ultima volta in cui ho potuto ascoltare mia madre raccontare le storie del suo paese natio. Grazie due volte, per avermi fatto vivere i tuoi ricordi e rivivere i miei. E soprattutto: si, è vero le crune degli aghi sembrano più piccole anche a me :)

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    1. grazie a te che pazientemente leggi i miei deliri!
      dovremmo fare una petizione per l'allargamento delle crune!!
      baci

      Adelia

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  4. Me le vedo sai tutte queste donne che scimmiottano, si capiscono tra loro, si dicono e non dicono e tu lì in mezzo, con i tuoi infiniti riccioli rossi a trotterellare in mezzo a ste comari. Bellissimo, bellissmo post e bellissima scena. Ho solo la sensazione che da sempre, da sempre ti hanno indotta a dover fare, dovere pensare sempre e comunque agli altri. Non ti hanno lasciato molta altra scelta. Il lunedì questo, il martedi quest'altro...Nessuno però ha dato il tempo ad Adelia di giocare, di non pensarfe a fare per gli altri. Nessuno che le abbia detto, pensa solo cose senza importanza e riponile tra quei ricci di modo che tu possa solo ridere senza infilare aghi. Siamo quello che siamo, quello che gli altri ci hanno detto di essere e raccogliamo quello che altri seminano. Ma caspita, non vedevano che eri una bambina e basta e che forse avevi solo diritto di essere una bambina e basta?
    Non vedevano. O forse vedevano ma doveva essere così.
    Raffaella

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    1. Ciao Raffaella
      se fossi cresciuta diversamente oggi non sarei così
      e giocavo anche io, in maniera non convenzionale visto che bambole ecc non ne avevo
      ma il bisogno aguzza l'ingegno, no?
      prometto che il prossimo post sarà sui miei giochi, sull'infanzia "prima"
      e su mio nonno
      l'uomo che ho amato di più nella mia vita e che ho avuto la fortuna di "ritrovare" in mio marito :o)
      baci

      Adelia

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  5. Che bel racconto, mi hai scaldato il cuore davvero.
    Sarà che sono terrona dentro e quindi mi sento a casa man mano che si scende. Ho riconosciuto molte abitudini di zie e nonne e mi sono sentita a casa.

    E quanto agli aghi aspetta quando non si infileranno neanche con gli occhiali per leggere, lì è la tragggedia!

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    1. TEMO QUEL MOMENTO..

      ciao bella terrona!

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  6. I fusilli, gli 'nzzz. i ricami!
    Troppo per le mie coronarie.

    A casa mia giravano tanti aghi, perché anche mia mamma sa cucire ricamare e sferrettare (ha fatto anche la sarta di professione). Ma io non ho mai imparato. Che peccato. Ok, vado a battermi col cilicio!

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grazie per avermi letto
mi spiace perchè, a causa della maleducazione di qualcuno, ho dovuto fare in modo che non si possa commentare in modo anonimo e che il tuo commento possa apparire solo dopo la moderazione.
perdonami e grazie ancora per la pazienza!
Adelia