giovedì 25 ottobre 2012

Mio nonno e l'arte della dolcezza.


Mio nonno aveva capelli bianchi come la neve
Lasciati un po’ lunghi e pettinati all’indietro, come i signori di una volta.
Sul passaporto di suo padre alla voce “professione” c’era scritto “nobiluomo”, su quella di sua madre “nobildonna” e tanti timbri di andata e ritorno dal Portogallo.
Una famiglia più che benestante.
Mio nonno era nato nel 1900, il 28 ottobre.
Studiava a Napoli, al Liceo Classico. Un vero lusso per i tempi. Tornava a casa solo per le feste e per le vacanze estive.
Poi la sua vita è cambiata.
Prima Guerra Mondiale.
Ho  una sua foto in divisa, spedita come cartolina come si usava fare una volta.
Minuscolo nella divisa, appoggiato ad una baionetta quasi più grossa di lui.
Appena sedicenne lo prelevarono da scuola, senza neppure permettergli di tornare a casa.
Carne da macello.
I suoi genitori lo seppero da quella cartolina. Lo credevano al sicuro, intento a studiare come sempre.
Ma questa è un’altra storia, una storia amara e intrisa di paura, di adolescenza strappata, di carne e sangue e sibili di pallottole. E freddo e fame. La racconterò un’altra volta.

Mio nonno si chiamava Carmelo e voleva fare il falegname.
Amava l’odore del legno, amava lasciar andare le mani sulle venature di un tronco ed ascoltarne la storia.  
Perché mio nonno era convinto che non sono gli uomini a plasmare la materia, ma la materia a diventare ciò che vuole essere.
“Un tavolo, una sedia, una mensola, un volto, una nave, un libro. È già tutto lì, nell’anima del legno.”

Mio nonno amava il legno ed i libri, li considerava l’uno la naturale prosecuzione dell’altro.

Mia nonna, però, si arrabbiava molto quando l’anima del legno non voleva piegarsi a diventare qualcosa di “utile”.
Perciò mio nonno lavorava al Comune. Come ( forse ) disse Aristotele, lo scopo del lavoro è guadagnarsi il tempo libero. E il tempo libero mio nonno lo passava assieme al legno ed ai libri.

Ho un’altra foto, questa volta mio nonno è solo qualche centimetro più alto. Tiene per mano una donna, mia nonna, le valigie e la Stazione Termini sullo sfondo. Un viaggio di nozze tardivo voluto da mia nonna, desiderava andare a San Pietro.
In quella foto erano in 3 ma ancora non lo sapevano.

Trai due, lei è sempre stata la più forte.

Mia nonna aveva un carattere di ferro, spartana, concreta, impervia come le nostre montagne, albero secolare con radici saldamente conficcate nella roccia..

Mio nonno era il suo lato femminile.

Chissà, forse la sera, quando si spogliavano al buio per andare a dormire, lei era l’ uomo e lui la donna.

Mio nonno partigiano, cacciato dal Comune dove lavorava perché si rifiutava di prendere la tessera del Partito Fascista, le figlie ritirate dalla scuola perché non fossero costrette a studiare “Oh Duce tu sei la luce”.
Mio nonno in montagna a combattere mangiando (poco) pane e tanta utopia.  Mia nonna che lo malediceva ogni secondo perché non era “come gli altri”.
Della montagna a mio nonno erano rimasti addosso il profumo della lavanda e storie da raccontare sottovoce, perchè mia nonna non voleva sentire.

Mio nonno era felice di avere tre figlie femmine vive, mia nonna si crucciava per l’unico figlio maschio morto e lo accusava di essere stato presente.

Mio nonno era incapace di dire di no a mia nonna ed alle sue figlie, ma  non transigeva su due cose: non andava in chiesa e votava comunista malgrado le suppliche e le scomuniche di mia nonna.

E non sapeva dire di no neppure a me.

Io ero la luce dei suoi occhi color foglia di castagna, uguali ai miei ma più belli. Marroni con striature gialle.

Mio nonno mi ha insegnato ad usare tutti gli attrezzi del falegname e me ne ha costruiti a misura, perché sapeva che avrei comunque tentato da sola e mi sarei fatta male.

Mio nonno si faceva intrecciare i capelli e mettere le perline – pettinature afro anni ’70 – poi, sbadato e sognatore com’era, si metteva il cappello e usciva, suscitando l’ilarità di tutti perché quando entrava in un posto il cappello se lo toglieva in segno di rispetto.
E lui si scherniva
“La creatura voleva giocare..”

Mio nonno mangiava sorridendo i miei biscotti sudici, impastati alla buona, solo perché io glieli offrivo.

Mio nonno mi portava a raccogliere la creta dal fiume e i sassi belli perché io potessi inventare nuovi giochi.

Mio nonno che tutti gli anni andava a prendere un’anguilla per Natale e tutti gli anni non se la mangiava perché io mi ci ero affezionata.

Mia nonna si infuriava e gli rimproverava di essere più irresponsabile di me e di darmele tutte vinte.

Mio nonno mi prendeva sulle ginocchia e mi chiedeva
“Perché hai fatto così?” 
cercando una spiegazione per le mie marachelle e le conseguenti sfuriate di mia nonna, consentendomi di capire i miei errori attraverso il ragionamento e non la punizione.
E quando nemmeno io sapevo dargli una giustificazione logica non faceva niente, mi diceva solamente 
“Va bene, se sei sicura tu di aver fatto la cosa giusta..”
E io diventavo piccola piccola perché sapevo di aver fatto una cazzata.

Mio nonno non mi sgridava mai, neppure quando ho usato una vernice costosissima ( fatta apposta per il ferro battuto ) per dipingere il sole, il mare, donne col gonnellino di paglia e palme tropicali sulle pareti della soffitta.
Aveva  capito che l’avevo fatto per lui, volevo abbellire il suo laboratorio con un paradiso tropicale.
E secondo me rideva pure sotto i baffi che non aveva.

Mio nonno mi regalò le chiavi di una stanza della soffitta che aveva imbiancato e arredato perché diventasse  il mio rifugio segreto ed inaccessibile - le tendine alla finestra, una sedia a dondolo che aveva fatto nei ritagli di tempo, uno specchio, un tavolo e 2 sedie, tante mensole ed un armadietto;  una cornice rossa per un poster che aveva trovato su un giornale per ragazzi: Dalla e De Gregori ed il testo di “Ma come fanno i marinai”.
Aveva previsto anche un lettino, sicuro che prima o poi le mie mattane mi avrebbero portato a passarci più di una notte.

Tutti gli anni, per il mio compleanno, mio nonno mi mostrava 10.000 lire. A quel tempo erano soldi. Tanti. Il biglietto dell’autobus costava 5 lire e te lo dava il bigliettaio, strappandolo da un blocchetto rettangolare di veline rosa.
Tutti gli anni mi chiedeva la stessa cosa:
“Lelè, che ne facciamo? Li mettiamo alla posta per quando sarai grande e farai l’università o te lì do e te li spendi come vuoi?”
La tentazione era forte ma non ho mai osato chiederli per farne quello che volevo.
Pensare che dopo tanti anni, quando sono andata a ritirare le 120.000 lire che mio nonno aveva versato per me.. non potevo pagarci neppure una rata dell’università.
E mio nonno se li toglieva dalla bocca…

Mio nonno faceva tutti i mestieri di casa tranne lavare i piatti, non riusciva, sentiva l’urgenza di vomitare al solo vederli impilati nel lavello. Chissà perché.

Mio nonno, inginocchiato, implorava mia madre di separarsi.

Mio nonno si chiudeva in bagno dopo mangiato e lo sentivo vomitare. Ma lui diceva no, stai sognando, hai sentito male.

Mio nonno si alzava dal letto perché io volevo assolutamente che venisse con me a vedere la cucciolata di conigli, e stava già male.

Mio nonno sempre più pallido, un giorno ha detto
“Ho un cane arrabbiato nello stomaco..”
Ed era troppo tardi, troppi anni a sopportare un dolore atroce.
Hanno aperto e hanno richiuso.

Mio nonno ha chiesto ai dottori di poter morire nel suo letto
E con le ultime forze mi ha detto sorridendo
“Promettimi che ci vai, all’università!”

Avevo 12 anni il 25 settembre 1980 e non ho più sentito mia nonna cantare.

Perché lei – l’albero secolare,  la roccia, il generale, l’irremovibile, la testarda, il maschio mancato - quell’uomo tenero e strampalato, minuscolo groviglio di sogni e visioni, lo amava davvero.
Ma sicuramente non glielo aveva detto mai.

All’università ci sono andata.
Ma probabilmente mio nonno lo sa.

10 commenti:

  1. Adesso so perchè sei come sei.
    Speciale.
    Post struggente, bellissimo.
    Raffaella

    RispondiElimina
  2. macchè probabilmente tu nonno lo sa e basta!!! bacilovebaci sandra
    frollini

    RispondiElimina
  3. Sì, tuo nonno lo sa. Vorrei dire tante cose. Ti dico solo che è uno dei post più veri ed emozionanti che abbia mai letto in rete. L'ho visto tuo nonno, e so che è tanto orgoglioso di te. Grazie per questa intima condivisione.

    RispondiElimina
  4. forse un giorno
    tirerò fuori le vecchie foto
    e le passerò allo scanner

    quello che non potrò mostrarvi è mio nonno che si dipingeva una faccina sul polpastrello dell'indice, lo avvolgeva in un fazzoletto e raccontava
    "'a sciort' 'e Zi' Catarina"
    le avventure di Zia Caterina :o)

    e sono sicura che pure mia nonna le ascoltasse con piacere, anche se faceva finta di leggere il breviario ( che rimaneva inesorabilmente sulla stessa pagina.. )

    RispondiElimina
  5. Amò leggerti le tue parole sono poesia.
    un abbraccio
    Sara

    RispondiElimina
  6. Ho capito da dove viene la tua anima piccola Adelia, qualcuno doveva averti rienpita di zucchero...
    Un post bellissimo, lo conservo gelosamente come tutto quello che riguarda i nonni.
    Un bacio

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao Silvia
      in effetti, come diceva mia nonna, ci deve essere un pazzo in ogni casa. :o)
      nessuna delle mie zie ha seguito le orme di mio nonno (solo un pò mia madre, che per lui rappresentò la delusione ed il tormento più grande perchè la vedeva sprecare le sue doti )
      i miei cugini e mia sorella.. lasciali perdere!
      io non avevo scelta :o)
      ero l'ultima della mia generazione :o)
      adesso bisognerà scoprire quale della prossima sarà il pazzo
      al momento non ne vedo, però :o)

      baci

      Adelia

      Elimina
  7. Che emozione conoscere nonno Carmelo.
    Tante cose mi riportano al mio, che si chiama Giovannangelo. Un uomo buono, che lavorava i vimini, leggeva la luna e amava il vino.
    Che ha conosciuto la fatica del lavoro a migliaia di Km da casa, che quando tornava dalla famiglia una volta ogni due anni aveva la valigia piena per le sue bambine.
    Che ha adorato la moglie, donna forte e dura, che gli urlava nelle orecchie perché lui non ci sentiva bene. E l'ha amata nella malattia che l'ha consumata.
    Che era contento quando passavamo al bar la domenica mattina per guardarlo giocare a carte coi suoi amici.
    Che giocava a carte con tutti i nipoti.
    Che se n'è andato all'improvviso, in un pomeriggio d'inverno, il più buio per me, mentre riponeva la legna per l'inverno.´
    Mia nonna gli sopravvisse un anno e poco più.
    E la mia casa divenne di colpo vuota e fredda.

    Grazie Adelia per questo post, mi hai fatto commuovere 'nnaggia a te!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ah dimenticavo:
      mia nonna votava DC, mio nonno PCI.

      Elimina
    2. mia nonna è vissuta per altri 16 anni
      ma non ha mai più cantato..

      Elimina

grazie per avermi letto
mi spiace perchè, a causa della maleducazione di qualcuno, ho dovuto fare in modo che non si possa commentare in modo anonimo e che il tuo commento possa apparire solo dopo la moderazione.
perdonami e grazie ancora per la pazienza!
Adelia