sabato 3 novembre 2012

Di stoffe, bottoni e manichini. Le commesse della Standa.

Sicuramente la maggior parte di voi è troppo giovane per ricordarsela, la Standa, uno dei primi grandi magazzini. Al sud, poi, non esistevano proprio.

Al tempo le persone non erano abituate a questo nuovo tipo di negozi: i meno abbienti si vestivano al mercato o compravano la stoffa, i più facoltosi andavano in boutique o dalla sarta.
Mia madre si cuciva i vestiti da sola, e li cuciva anche per noi. Cuciva di tutto, anche le lenzuola, gli asciugamani, i cappotti. Così come aveva imparato da sua madre. Così come è stato insegnato a me, anche se adesso ho perso un po’ la mano.
Ricordo l’odore del negozio di stoffe da cui ci servivamo, appena girato l’angolo di Via Casal Bruciato. Il padrone del negozio era piccolo di statura e molto spiritoso, ti inondava di chiacchiere mentre sembrava soccombere sotto il peso delle pezze di stoffa che tirava giù arrampicandosi su una scala pericolante. Puntualmente mi faceva lo scherzo del dito tagliato o mi rubava la punta del naso.
Srotolava rapido le stoffe sul bancone e rapido le tagliava con una forbice enorme, le impacchettava in un pezzo di carta da imballo sul quale aveva anche fatto il conto. E aveva sempre il rocchetto di filo del colore giusto.
I bottoni, le chiusure lampo e le fibbie li prendevamo invece alla Casa del Bottone, in fondo alla Tiburtina, quasi all’incrocio con Via Portonaccio.
Ero estasiata da tutte quelle passamanerie, colori, consistenze e bottoni bottoni bottoni di ogni forma, colore, alcuni economici e altri costosissimi, scaffali pieni di scatole bianche con attaccato sul davanti un campione del contenuto. A perdita d’occhio. I proprietari erano meno simpatici ma i prezzi erano buoni e l’assortimento inesauribile.
Non mi annoiavo mai e ricordo che desideravo diventare una commessa solo per poter tirare giù tutte quelle scatole e mostrarle alle clienti.
“Che colore?”
“Cotone o sintetico?”
Si, perché gli anni ‘70 sono stati il trionfo delle fibre sintetiche dai nomi esotici.
Altro che cotone, lino, seta, lana.
Nylon, Rayon. Elastam.
Ora, non saprei dire in che anno abbia aperto la Standa in fondo alla Via Tiburtina, ma da che ho memoria la ricordo lì.
Passavamo lì davanti con un misto di curiosità e timore per quelle cose già fatte, suddivise per taglie e colori, appese alle stampelle oppure indossate da manichini che sembravano donne vere. Una volta ne ho visto uno nudo, la commessa stava allestendo la vetrina. Non aveva vagina e mi è sembrato strano. Ma non divaghiamo.
A casa mia mamma aveva un manichino da sarta, senza testa, solo il busto coi fianchi, ma la cosa strabiliante è che, ruotando una manopola di legno che stava in alto, al posto del collo, le si gonfiavano le tette; invece ruotando un’altra manopola in basso, come un pene, potevi allargare i fianchi. Forse aveva anche un’altra levetta che distanziava e alzava o abbassava le tette, ma non ne sono sicura, forse me lo sono sognato. Non lo vedo da più o meno 35 anni. È finito chissà dove con buona pace di mia nonna, che aveva sempre guardato con sospetto quella diavoleria e secondo me la riteneva pure un po’ oscena.
Comunque il manichino è finito nel dimenticatoio.
Colpa della Standa.
I vestiti costavano molto meno, anche in termini di fatica.
Mia mamma, come vi ho già detto,  faceva la maestra, quindi cuciva di notte, con una lucina fioca.
Ogni volta che andavamo alla Casa del Bottone passavamo davanti alla Standa e non ce n’era bisogno perché se avessimo continuato sullo stesso marciapiedi, saremmo arrivate dal lato giusto della strada. Invece immancabilmente mia mamma attraversava al semaforo davanti alla Pasticceria Rosati, percorreva tutta la Tiburtina e solo dopo essere passata davanti alla Standa attraversava di nuovo per andare alla Casa del Bottone. Secondo me lo faceva apposta per guardare le vetrine.
Un giorno finalmente siamo entrate.
Ricordo che mia madre mi stringeva forte la mano, penso per farsi coraggio.
Riuscite ad immaginare cosa vuol dire per qualcuno che non è mai stato in un centro commerciale? Come attraversare una porta dimensionale ed entrare nell’astronave di Spazio 1999.
Vabbè.. per le più giovani.. l’astronave di Star Trek, così mi capite.
Luci al neon, specchi ovunque, stand pieni di vestiti tutti uguali ma di taglie diverse, il reparto maglieria, il reparto intimo.
Intimo????
Quelle mutande impalpabili e vagamente oscene, ( per l’epoca... ora non le indosserebbero nemmeno le monache di clausura ) e reggiseni di pizzo. Calze di nylon!!!
Mia nonna uscì immediatamente salmodiando anatemi. Mia madre arrossì.
Io guardavo le commesse mettere le mutande ai manichini senza vagina e pensavo che da grande mi sarei truccata come loro.
Le commesse della Standa avevano camici rosa con la targhetta con scritto il nome.
Erano tutte bionde, alte e snelle, ma soprattutto non avevano le sopracciglia. Altro che Spazio 1999.
Le ho viste invecchiare, cambiare colore di capelli, farsi ricrescere le sopracciglia.
La Standa era il mio punto di riferimento da ragazzina.
“Quanto dista questo posto?” “Più o meno come la Standa.”
“Che facciamo, c’è freddo?” “Entriamo alla Standa.”
“Che caldo soffocante!” “Entriamo alla Standa, c’è l’aria condizionata.”
Perché il bello della Standa era che ci potevi entrare e stare quanto ti pareva e piaceva, provarti tutto e rimetterlo a posto senza farti odiare dalle commesse, senza che nessuno ti avvicinasse per chiederti cosa volevi comprare e ti facesse sentire obbligata a farlo.
Poi un giorno la Standa ha chiuso e le commesse hanno fatto una manifestazione perché erano ormai troppo vecchie per trovare un altro posto di lavoro.
Ma questa è un’altra storia.

p.s.
Ho una collezione di bottoni in una scatola di latta anni ’70. E ferri da maglia e uncinetti di ogni misura, tramandati da generazioni. Sono il mio tesoro, forse un giorno ve li mostrerò. Mi manca solo il manichino.




                                                       .

17 commenti:

  1. la standa storica a Milano era in p.za castello, con entata direttamente della metrò. Ci sono andata un sacco di volte. E mia mamma il manichino ce l'ha ancora, lavora ancora. Il primo manichino fu proprio un investimento per la sua attività da sarta indipendente, poi molti anni dopo ne comprò un altro con un sistema allargante per cambiare taglia. Abbraccione

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    1. invidia sempiterna!
      vorrei tanto un manichino

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  2. La Standa a Brindisi, in corso Roma. Quando andavamo a Brindisi in corriera, da Tuturano, io e mia nonna compravamo sempre il caffè dalla torrefazione, (ce lo macinavano sul momento, e quell'aroma ce l'ho ancora nel sangue), la mortadella e facevamo una tappa alla Standa. Io ero ancora piccola, scuole elementari, e quello per me era il viaggio più bello: io e la nonna, da sole in corriera. Poi le mercerie, i negozi di stoffe, e le bancarelle al mercato di S. Elia: là ci andavo con mia mamma, sempre in corriera, quei giovedì afosi e quelle stoffe incredibili che mia mamma trasformava in vestiti. Mi ricordo un vestito a bretelline, di tela indiana bianca, avevo sette anni e quell'estate fu meravigliosa. Me lo fece mia mamma, era stupendo. Quanti ricordi fra forbici, cataloghi, rose e ago e filo, ferri, uncinetto. Tessuti, stoffe, ricami.
    Grazie per dischiudere questi scrigni preziosi per noi, e con noi. Grazie Adelia, più ti leggo più mi piaci :-)

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    1. Brindisi è una metropoli!
      in Basilicata la Standa non c'era neppure a Potenza..
      Adesso ho letto che c'è solo in Sicilia :o)

      Tu mi strapiaci :o)

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  3. Cara Adelia, hai sempre il potere magico di risvegliare ricordi e profumi.
    E leggendo dei manichini mi tornano in mente le foto della mia infanzia, emigranti in SudAmerica (mia sorella ed io ci siamo nate), foto per i parenti che abbiamo conosciuto già grandicelle. Ed oltre alle iniziali dei nomi sotto per distinguerci (siamo gemelle ma non ci siamo mai somigliate a fotocopia) ricordo gli abiti.
    Prima un bell'abito di mia mamma, alcune foto dopo diventava due abitini identici per noi, poi due gonnelline, finché si era troppo grandi o la stoffa si consumava. Si riciclava tutto ed è un'accortezza che ho tuttora.
    E poi l'immagine dei grandi magazzini, prima di emigrare mia madre era commessa alla Rinascente e poi all'Upim, i suoi racconti anni 50-60 su come era percepito il loro lavoro, sui viaggi mattutini in bicicletta coi tacchi in borsetta per non scivolare, perché si pretendeva da loro un certo tipo di immagine.
    Altri tempi, quando mi capita di entrare oggi in un negozio di questo tipo, non posso non riandare a quei racconti con la memoria.

    Ti abbraccio.

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    1. ormai sono una nonna
      che racconta ai nipoti
      storie di un mondo antico
      che non esiste più
      :o)
      ti abbraccio anche io

      Adelia

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  4. io vivo in un paese del centro italia, qui la standa non c'è mai stata, noi viviamo nella "patria" della coop che è stata fondata a soli 30 km da casa mia. Ma ogni tanto andavamo apposta nel capoluogo di provincia, a 50 km circa per farci un giro alla standa, mia mamma (sarta anche lei, ma il manichino non lo aveva) guardava gli abiti, rubava idee e modelli perché gli abiti alla coop al tempo non c'erano, poi ce li faceva su misura con tessuti buoni perché così duravano più a lungo.
    che sogno mi hai fatto rivivere

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  5. Nella mia città non c'era la Standa. C'era l'Upim. Per la Standa o la Rinascente o Coin si andava a Roma. Mi madre ha avuto sempre buon gusto e riusciva a vestire in maniera elegante anche con poco. L'hanno sempre contraddistinta lo stile e la classe, cosa che io ovviamente non ho. Eppure, le sue amiche, molto più fascoltose di lei, le hanno sempre chiesto i prestito i vestiti o gli accessori. Ricordi simili ai tuoi io ce li ho di un negozio, che poi è una catena di negozi. Luisa Spagnoli. Mi ricordo che mi appollaiavo sulla cima di una scaletta e da lì vedevo le signore provarsi i vestiti. C'erano due commesse, una bionda ed una mora e quella che gestiva il punto vendita. Ma quelle le sopracciglia le avevano! Quanti ricordi Adelia.
    Grazie
    Raffaella

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    1. :o)

      è perchè sei troppo giovane per ricordarti le sopracciglia tutte depilate :o))

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  6. Ma questo post e' bellissimo!! Quanti ricordi, e quante immagini! Ma davvero il manichino della tua mamma era come la Skipper che avevo? :D E davvero cuciva anche gli asciugamani da se'?? Meraviglia. Piccolo mondo antico, davvero.

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    1. sisis
      ed ha insegnato anche a me
      di generazione in generazione
      anche se io ho un pò perso la mano
      ma prima sapevo cucire una camicia o un pantalone o un vestito senza problemi
      :o)

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    2. cos'è la Skipper? una bambola?

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  7. Bellissimo post, anch'io ricordo la standa quando ero piccola ma esisteva già da tanto, credo, e così pure i vestiti in serie. Adoro però entrare nei negozi di stoffe, frugare tra di esse, immaginari vestiti fatti con le mie mani, oppure oggetti per la casa o borse. Non so cucire ancora vestiti, ma sto imparando piano piano questa bellissima arte che adoro e il manichino mi piacerebbe tanto averlo ;)

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    1. è che i manichini costano tantissimo
      specie quelli vintage che piacciono a me :o)

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  8. Ciao! Arrivo dal blog di Ero Lucy.
    Quanti ricordi con questo post! Io non vedevo l'ora di andare alla Standa quando stava per ricominciare la scuola, che era l'unico momento in cui mia mamma mi comprava i quaderni colorati e i rotoli di plastica per foderare i libri.

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    1. sisisi e le gommine profumate te le ricordi?

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grazie per avermi letto
mi spiace perchè, a causa della maleducazione di qualcuno, ho dovuto fare in modo che non si possa commentare in modo anonimo e che il tuo commento possa apparire solo dopo la moderazione.
perdonami e grazie ancora per la pazienza!
Adelia