lunedì 5 maggio 2014

Incontri ravvicinati del gattotipo, ovvero il cane più buono del mondo


Ci sono momenti in cui ti penti amaramente di non avere con te la macchina fotografica o, perlomeno, un cellulare con una fotocamera decente.
Ieri era una bellissima giornata ed ho approfittato del sole per fare un bel giro al parco con il Signor Bi.
Ora, sapete tutti che Bi è un cagnone molto paziente e socievole, condivide volentieri spazi e cibo, ma questo è normale per moltissimi cani che vivono assieme ad altri animali. Solitamente però, gli animali che vivono al di fuori del nucleo familiare non sono così ben tollerati. Bi no, a Bi piacciono proprio tutti. Mai un ringhio in 20 anni, mai un accenno di rissa.
Succede quindi che dei miciotti, un maschio e 2 femmine, stiano valutando la situazione da qualche settimana; loro vivono in una villetta proprio attaccata al parco dove andiamo a giocare ma, solitamente, se ne stanno al sicuro dietro al cancello. 
Ieri no. E' uscito prima il maschietto, poi dietro di lui le signorine, un pò più timide e guardinghe. 
Lui è un coccolone, tutto fusa e richieste di grattini, loro fanno le sostenute.
Ma il vero obiettivo non sono io, è Bi.
Questa è la fotostoria dell'incontro ravvicinato del gattotipo :o)


io sono una femminuccia

anche io!
io sono un maschietto temerario e vado a vedere cos'è!

io scappo!
non avere paura, piccola.. ti proteggo io!


Io voglio vederlo da vicino quel cagnone
cane? quale cane???
io non vedo nessun cane!!!!
adesso mi avvicino!
Non oso guardare.. è un cane ferocissimo!!




.. nemmeno io... lo farà a pezzi!


.....è .......enorme.....
vado.. sprezzante del pericolo!

hey cane... facciamo amicizia?




fatti annusare il lato BI ( sò spiritoso!)

hey.. posso venire a casa con voi?



mercoledì 23 aprile 2014

Must have...!!!!

Utilissimo portagatti in vera pelle, modello etnico. Si sposta dove volete a comando vocale. Dotato di movimento rotatorio “frullo frullo” per fantastici grattini, autoriscaldante per confortevoli pennichelle. Completamente autonomo, all’occorrenza può gestire anche i momenti “pappa”, “sabbietta” e “capricci”. Rivestito in jeans nella parte inferiore per funzione “tiragraffi”.
Resta fermo per ore se dotato di telecomando TV


Accattatevill…


Non avete gatti?
Fa anche da ascensore per cani che non devono chiedere mai :o)


lunedì 7 aprile 2014

Libera part two

Prima che me lo chiediate anche voi vi dico subito che non ho visto niente e nessuno. Nessuna luce meravigliosa, nessun tunnel da percorrere. Nessun comitato d’accoglienza, angeli danzanti e antenati coi tamburelli, nemmeno dèmoni ghignanti ed ombre minacciose, niente limousine con autista palestrato e  nemmeno una fermata di tram.
Quindi o, dato l’orario, la reception era chiusa per pranzo o non esiste nulla. O magari, terza ipotesi, s’erano nascosti per farmi una festa a sorpresa. Mah.. vallo a sapere!

Nel frattempo, fuori è il caos totale. Mio marito è impazzito, gli hanno appena detto che, quasi sicuramente, non sopravviverò. Il mio cuore non vuole saperne di battere. Riposizionano il contropulsatore, non va bene, continuano a provare farmaci. 
Si può solo aspettare. 
La prima notte Abdelsalam la passa in macchina sotto l’ospedale, perché in reparto non può stare. 
Linda e Sonia ( grazie ) non lo lasciano solo un attimo, lo sostengono, gli suggeriscono cosa fare. Ad esempio avvisare le persone cui voglio bene, nel caso volessero vedermi forse per l’ultima volta. Lui, incautamente, chiama anche la mia famiglia. Grave errore, ma è un’altra storia.
Inconsapevole di tutto, io sono libera.
Il mio corpo è in balìa dei medici, la mia vita è appesa ad un filo – anzi, ad un’esagerazione di tubi – arriva mia madre in piena modalità matrioska e si installa a casa mia. Detta ordini, piagnucola, si giustifica davanti a chi sa che la presenza della mia famiglia è solo un pro forma – chi li ha mai visti prima? Ovviamente, mio padre non c’è. Così ora mio marito, oltre a dover lavorare, mandare avanti una casa e affrontare la mia malattia deve anche badare a lei ed ascoltarne le lagnanze. Tranne quella mezzoretta prima del Tg, che c’è il gioco dei pacchi e lei lo guarda attenta mentre mio marito piange, da solo, chiuso nella stanza.

Passano così 6 giorni, tra speranze e disperazione. Ora il problema non è più se sopravviverò, ma come.
Il coma, dovuto allo shock metabolico, mi tiene stretta in uno stato di incoscienza, resta solo l’istinto animale di difendersi, fuggire. Sono impotente, gli occhi sigillati da un gel che li protegge, tubi nel naso ed in bocca, innesto nella giugulare per i farmaci, flebo alle braccia. 
Io muovo continuamente le gambe, voglio andarmene, cerco di strappare via tutta quella roba. L’ennesima volta che mi tolgo il tubo dalla bocca mordo con ferocia cieca l’infermiere che me lo vuole riposizionare, quindi decidono di legarmi le mani alle sbarre del letto.
Il timore, ora, è che io abbia subìto danni al cervello. La rianimazione è stata lunga, sarà arrivato abbastanza sangue anche al cervello? Nessuno ha la risposta, si saprà quando mi sveglierò. Se mi sveglierò.

E per oggi basta così

mercoledì 26 marzo 2014

Ricomincio da me.

Sono cambiate tante cose
sono cambiata io.

Qualcuno mi ha chiesto perchè racconto quello che mi è successo, che bisogno c'è.

Nessuno, in realtà, se non il mio.
IO ho bisogno di mettere ordine.
IO ho bisogno di ricordare.
IO ho bisogno di raccogliere i frammenti e ricostruire.

IO.

Per una volta al centro del mio mondo ci sono io. 
Devo esserci io.
E me ne frego se fa male a qualcuno perchè sono tante le cose che hanno ferito me in questi anni, fino ad arrivare a questo punto.
Perchè, come diceva mia nonna, dall' e dall' se spaccan 'e metall'.
A furia di colpire si rompe anche il metallo.
Mi sono rotta io.
E ricomincio da me.
Tornerò a fuoco.

.



mercoledì 19 marzo 2014

Libera

“LIBERA!”
Questa è l’ultima parola che ho sentito.
Libera di andare. Libera di volare. Libera dal dolore, dall’affanno, dalla paura.
Libera dai pensieri, la mente finalmente vuota.
Niente più brusio, pensieri che si affollano, sussulti.
Libera.
Sto morendo, l’ho capito. E mentre tutti si affannano intorno a me sono calma, in pace. Nulla a pretendere, ho vissuto abbastanza. Sono tranquilla, mi dispiace per mio marito, per i miei pelosi, ma non posso farci nulla. Sono in pace. Forse l’ho anche detto ad alta voce a tutti quelli che si affannavano attorno al mio corpo e tutto mi sembrava lento e anche vagamente comico. Le loro facce stravolte, l’agitazione generale cozzava con la mia calma.
Poi quella parola – urlata.
“LIBERA!”
Ed ho capito che era un loro codice, un ordine. Tutti lontani da me, nuda.
Un urlo disumano, di gola, primordiale - sono io! - un dolore lancinante, sconosciuto. Un dolore tutto nuovo, mai provato prima, non ho termini di paragone, non so se e quando finirà, non ha uguali. Cerco di proteggermi dal quel contatto freddo ed incandescente allo stesso tempo, provo ad abbracciarmi ma non ci riesco. Poi il nulla. Io non sono lì.
Sono libera.
Rewind.
Sono in ufficio, sull’incazzato spinto come al solito. Soliti problemi, solite incomprensioni, solite lamentele. Da un paio di giorni ho un fastidio tra le scapole, niente di che, tutti i giorni porto il Signor Bi giù per le scale perché il mio vecchietto non ce la fa a scendere da solo. Uno strappo, un movimento brusco, lo sforzo.
Mi incazzo ed il dolore aumenta, non riesco nemmeno a star seduta. Allora mi decido e tiro fuori una bustina di Oki, prendo metà della dose pediatrica e subito mi torna in gola – non sono abituata ai farmaci.
Mi alzo per correre in bagno – non voglio vomitare sul pavimento. Non so come arrivo alla tazza e vomito tutto, anche il caffè che ho bevuto a colazione, un paio d’ore prima. E il dolore aumenta, diventa lancinante, insopportabile persino per me. Non riesco a respirare, esco dal bagno e chiedo aiuto alla prima collega che passa nel corridoio. Sono disorientata, penso di essermi incrinata una vertebra. La collega mi soccorre subito, sa che sono una che non fa storie, che non si lamenta. Entro nell’ufficio di fronte al bagno, da una collega – l’altra ha capito che la situazione è grave ed è andata a chiamare aiuto. Io mi siedo, poi mi sdraio a terra, sulla pancia. Arrivano tutti, mi dicono di stare tranquilla che l’ambulanza arriva. Io ripeto come un mantra che voglio solo andare a casa mia.
Invece andiamo in ospedale, la mia amica Sonia non mi lascia la mano ( grazie ). Ho ricordi frammentari, a brandelli. Mi ritrovo nuda ( ma quando mi hanno spogliata? ) con un telo verde a coprirmi la visuale. Non sento più dolore, capisco che mi toccano ma  io non li sento. Chiedo a quello che mi sta più vicino, gli vedo la faccia. Lui mi spiega, la sua barba rossiccia si muove mentre cerca di spiegarmi, il più seraficamente possibile, che mi stanno mettendo uno stent perché la coronaria principale è chiusa. La prendo bene, tutto sommato, so cos’è: 72 ore in osservazione e poi a casa, qualche pillola e un po’ di riposo. Comincio a scherzare sul fatto che ai miei tempi almeno ci si parlava un po’ prima di fare certe robe.. 3 maschioni che ti saltano proprio lì e non sai neppure il loro nome, ma dai, un po’ di creanza! Lo so che stanno passando dalla femorale, mi hanno fatto un taglio al lato dell’inguine ed ora tengono premuto per ridurre al minimo l’ematoma. Sempre lui mi spiega che metà del mio cuore è fermo, lavora solo la parte sinistra.
“E ti pareva, si sa che è sempre la sinistra a far tutto!”
“Ah… rossa fuori e rossa dentro!”
Ci salutiamo in surreale allegria, esco di scena con un “Hasta la victoria siempre!” e mi trasferiscono in  Unità Coronarica.
Nel frattempo Sonia ha in mano un sacco nero della spazzatura con i miei vestiti e la mia borsa. Devo avvisare mio marito. Devo farlo personalmente, è così ansioso che se lo chiamasse qualcun altro penso morirebbe. Allora prima di entrare in U.C. lo chiamo, uso il tono e le parole più delicate che conosco per dirgli dove sono e quello che è successo, poi devo lasciare a Sonia ( perdonami ) il compito di prendere accordi per raggiungermi.
In U.C. è tutto ovattato, si sente solo il rumore dei macchinari che ci monitorano. Le infermiere sono subito da me – deve fare impressione vedere una della loro età in quelle condizioni, glielo leggo negli occhi. Una di loro ha un profumo intenso ma non mi disturba, anzi, è un momento di piacevole normalità in quell’ambiente asettico.
Mi offre delle pillole, a due a due. Mi spiega che servono per stabilizzare lo stent e che devo prenderne 6 o 8, non ricordo. Le prendo e rigiro la testa per ingoiarle. Le prime due vanno giù. Mi rigiro per prenderne ancora ed il mondo impazzisce, suona tutto, è il mio allarme, sono io.
Libera.
Da qui in poi io non ci sono più. Quello che so viene dai racconti delle persone e da quasi 400 pagine di cartella clinica. Quindi chiedo scusa per eventuali omissioni o imprecisioni.
Fa paura leggere tutto nero su bianco.
26 arresti cardiaci. Un’ora e mezzo di massaggio cardiaco. Fibrillazione, aritmia. Il cuore è impazzito. Mio marito è fuori, Sonia non ha fatto in tempo ad andarsene che è dovuta tornare indietro. Io sono in coma. Libera.


E per oggi basta così.