mercoledì 26 marzo 2014

Ricomincio da me.

Sono cambiate tante cose
sono cambiata io.

Qualcuno mi ha chiesto perchè racconto quello che mi è successo, che bisogno c'è.

Nessuno, in realtà, se non il mio.
IO ho bisogno di mettere ordine.
IO ho bisogno di ricordare.
IO ho bisogno di raccogliere i frammenti e ricostruire.

IO.

Per una volta al centro del mio mondo ci sono io. 
Devo esserci io.
E me ne frego se fa male a qualcuno perchè sono tante le cose che hanno ferito me in questi anni, fino ad arrivare a questo punto.
Perchè, come diceva mia nonna, dall' e dall' se spaccan 'e metall'.
A furia di colpire si rompe anche il metallo.
Mi sono rotta io.
E ricomincio da me.
Tornerò a fuoco.

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mercoledì 19 marzo 2014

Libera

“LIBERA!”
Questa è l’ultima parola che ho sentito.
Libera di andare. Libera di volare. Libera dal dolore, dall’affanno, dalla paura.
Libera dai pensieri, la mente finalmente vuota.
Niente più brusio, pensieri che si affollano, sussulti.
Libera.
Sto morendo, l’ho capito. E mentre tutti si affannano intorno a me sono calma, in pace. Nulla a pretendere, ho vissuto abbastanza. Sono tranquilla, mi dispiace per mio marito, per i miei pelosi, ma non posso farci nulla. Sono in pace. Forse l’ho anche detto ad alta voce a tutti quelli che si affannavano attorno al mio corpo e tutto mi sembrava lento e anche vagamente comico. Le loro facce stravolte, l’agitazione generale cozzava con la mia calma.
Poi quella parola – urlata.
“LIBERA!”
Ed ho capito che era un loro codice, un ordine. Tutti lontani da me, nuda.
Un urlo disumano, di gola, primordiale - sono io! - un dolore lancinante, sconosciuto. Un dolore tutto nuovo, mai provato prima, non ho termini di paragone, non so se e quando finirà, non ha uguali. Cerco di proteggermi dal quel contatto freddo ed incandescente allo stesso tempo, provo ad abbracciarmi ma non ci riesco. Poi il nulla. Io non sono lì.
Sono libera.
Rewind.
Sono in ufficio, sull’incazzato spinto come al solito. Soliti problemi, solite incomprensioni, solite lamentele. Da un paio di giorni ho un fastidio tra le scapole, niente di che, tutti i giorni porto il Signor Bi giù per le scale perché il mio vecchietto non ce la fa a scendere da solo. Uno strappo, un movimento brusco, lo sforzo.
Mi incazzo ed il dolore aumenta, non riesco nemmeno a star seduta. Allora mi decido e tiro fuori una bustina di Oki, prendo metà della dose pediatrica e subito mi torna in gola – non sono abituata ai farmaci.
Mi alzo per correre in bagno – non voglio vomitare sul pavimento. Non so come arrivo alla tazza e vomito tutto, anche il caffè che ho bevuto a colazione, un paio d’ore prima. E il dolore aumenta, diventa lancinante, insopportabile persino per me. Non riesco a respirare, esco dal bagno e chiedo aiuto alla prima collega che passa nel corridoio. Sono disorientata, penso di essermi incrinata una vertebra. La collega mi soccorre subito, sa che sono una che non fa storie, che non si lamenta. Entro nell’ufficio di fronte al bagno, da una collega – l’altra ha capito che la situazione è grave ed è andata a chiamare aiuto. Io mi siedo, poi mi sdraio a terra, sulla pancia. Arrivano tutti, mi dicono di stare tranquilla che l’ambulanza arriva. Io ripeto come un mantra che voglio solo andare a casa mia.
Invece andiamo in ospedale, la mia amica Sonia non mi lascia la mano ( grazie ). Ho ricordi frammentari, a brandelli. Mi ritrovo nuda ( ma quando mi hanno spogliata? ) con un telo verde a coprirmi la visuale. Non sento più dolore, capisco che mi toccano ma  io non li sento. Chiedo a quello che mi sta più vicino, gli vedo la faccia. Lui mi spiega, la sua barba rossiccia si muove mentre cerca di spiegarmi, il più seraficamente possibile, che mi stanno mettendo uno stent perché la coronaria principale è chiusa. La prendo bene, tutto sommato, so cos’è: 72 ore in osservazione e poi a casa, qualche pillola e un po’ di riposo. Comincio a scherzare sul fatto che ai miei tempi almeno ci si parlava un po’ prima di fare certe robe.. 3 maschioni che ti saltano proprio lì e non sai neppure il loro nome, ma dai, un po’ di creanza! Lo so che stanno passando dalla femorale, mi hanno fatto un taglio al lato dell’inguine ed ora tengono premuto per ridurre al minimo l’ematoma. Sempre lui mi spiega che metà del mio cuore è fermo, lavora solo la parte sinistra.
“E ti pareva, si sa che è sempre la sinistra a far tutto!”
“Ah… rossa fuori e rossa dentro!”
Ci salutiamo in surreale allegria, esco di scena con un “Hasta la victoria siempre!” e mi trasferiscono in  Unità Coronarica.
Nel frattempo Sonia ha in mano un sacco nero della spazzatura con i miei vestiti e la mia borsa. Devo avvisare mio marito. Devo farlo personalmente, è così ansioso che se lo chiamasse qualcun altro penso morirebbe. Allora prima di entrare in U.C. lo chiamo, uso il tono e le parole più delicate che conosco per dirgli dove sono e quello che è successo, poi devo lasciare a Sonia ( perdonami ) il compito di prendere accordi per raggiungermi.
In U.C. è tutto ovattato, si sente solo il rumore dei macchinari che ci monitorano. Le infermiere sono subito da me – deve fare impressione vedere una della loro età in quelle condizioni, glielo leggo negli occhi. Una di loro ha un profumo intenso ma non mi disturba, anzi, è un momento di piacevole normalità in quell’ambiente asettico.
Mi offre delle pillole, a due a due. Mi spiega che servono per stabilizzare lo stent e che devo prenderne 6 o 8, non ricordo. Le prendo e rigiro la testa per ingoiarle. Le prime due vanno giù. Mi rigiro per prenderne ancora ed il mondo impazzisce, suona tutto, è il mio allarme, sono io.
Libera.
Da qui in poi io non ci sono più. Quello che so viene dai racconti delle persone e da quasi 400 pagine di cartella clinica. Quindi chiedo scusa per eventuali omissioni o imprecisioni.
Fa paura leggere tutto nero su bianco.
26 arresti cardiaci. Un’ora e mezzo di massaggio cardiaco. Fibrillazione, aritmia. Il cuore è impazzito. Mio marito è fuori, Sonia non ha fatto in tempo ad andarsene che è dovuta tornare indietro. Io sono in coma. Libera.


E per oggi basta così.